Parole
e termini
(…)
Ridurre
il linguaggio a un mezzo, l’uomo a un sistema di informazione e la realtà a una
rete globale di comunicazioni è un impoverimento del linguaggio, dell’Uomo e
della Realtà. Equivale a menomare artificialmente linguaggio, Uomo e Realtà,
cadendo preda di quel riduzionismo cui abbiamo accennato all’inizio. Equivale a
ridurre l’intero campo della realtà al quello e all’è,
dimenticando – quando non disprezzando – il sei e il sono, il tu
e l’io. Non solo il mondo della soggettività è trascurato, ma la
sfera della persona, il regno della vita umana è ignorato. Lasciatemi spiegare,
concentrandomi esclusivamente su un solo aspetto particolare di questo enorme
problema: quello del linguaggio.
Noi usiamo termini, ma pronunciamo parole. La parola non è un semplice termine. La parola non è un semplice segno.
I
termini non sono flessibili; sono esatti, precisi. Non puoi chiamare solforosa
una sostanza se è solforica. I termini sono oggettivi, una volta che siano
stati fissati e determinati. Non è lo stesso con le parole. Eppure esse non
sono meramente soggettive. Presentano un carattere molto particolare. Da una
parte, la parola è data, noi partecipiamo di una parola; non è certo una nostra
invenzione. Dobbiamo dire la parola giusta e questo non è lasciato al nostro
capriccio. D’altra parte, ogni parola autentica è una scoperta creativa,
è, per così dire, nuova ogni volta. Le diamo un significato, una prospettiva,
una connotazione: è questo che la rende una parola reale, e non la ripetizione
di un modello stereotipato. Se dico “giustizia” o “democrazia” o “amore”, sto
dando vita a queste parole, ed esse vengono a significare qualcosa che è anche
una mia creazione. Anche se si tratta della semplice scoperta che una certa
situazione è espressa in una certa parola (o in più parole), questa scoperta mi
modifica, crea in me qualcosa che non c’era. In breve, la relazione fra la
parola e il parlante non è una mera relazione dialettica. E’ una relazione
particolare propria del linguaggio. Ben nota a questo proposito è la frase di
von Humboldt, secondo cui per comprendere una singola parola abbiamo bisogno
della totalità del linguaggio.
La
diretta conseguenza del nominalismo, benché ci siano voluti secoli perché divenisse
evidente, è il solco invalicabile che ha creato fra le cose e il “pensiero”
riguardo a esse. Nel momento in cui i nomi diventano termini, vale a dire nel
momento in cui i nomi non dicono più le cose o esprimono il reale, ma solo
concetti, c’è un chiasmo insormontabile fra le cose da un lato e i concetti
dall’altro. Creiamo un intero mondo di concetti, maneggiamo un sistema coerente
di termini, e fintantoché manteniamo l’ingenua fede acritica che la realtà sia
una docile ancella dei costrutti delle nostre menti, funziona senza ulteriori
problemi. Ma nel momento in cui o le cose smettono di essere così duttili o
chiediamo a noi stessi il fondamento di tale fede, la rottura fra soggettività
e oggettività diviene insanabile.
Ma
pensare non è puro ragionare, cioè calcolare e contare e la parola non è puro
segno. La parola è simbolo.
Una vera parola include il
parlante, così come il mezzo parlato, ciò di cui si parla e a chi si parla. Una
parola non è un’entità isolata. Una parola è parola solo se è detta da qualcuno
(il parlante); se ha un suono, un sostegno sensoriale (il parlato); un
significato, un senso (ciò di cui si parla); e un ricevente, un uditore al
quale e per il quale noi parliamo e che in un certo senso fa uscire le nostre
stesse parole con la sua presenza, la sua influenza, le sue aspettative, l’arco
della sua percettività, i suoi interessi e via dicendo. L’uditore condiziona le
nostre parole quanto l’argomento – qualcosa che nessun orientale scorderà mai,
dato che il linguaggio è comunicazione (e in definitiva comunione) fra persone
tanto quanto comunicazione di (o perlomeno informazione a proposito di) una
certa situazione.
Il
suono di una parola è il suo suono, ma non è tutta la parola. Il significato di
una parola è il suo significato, ma non è tutta la parola. Colui che dice la
parola è il parlante, ma nella parola c’è più del parlante, a patto che la
distinzione non ci porti fuori strada fino alla separazione.. L’uditore della
parola è colui cui si parla: non vi è vera parola se non è parlata a qualcuno,
sia fisicamente di fronte a chi parla, sia interiormente davanti alla parola
interiore. Non vi è parola senza questi quattro elementi, tutti in
indistruttibile unità: chi parla pronunciando la parola, il suo suono fisico,
il suo contenuto (significato intenzionale e inerente) e il suo ascoltatore.
Ognuno di questi elementi è costitutivo della parola. Inoltre, nessuno di essi
può essere isolato dai rispettivi mondi (di esseri parlanti, suoni, contenuti –
intenzioni/significati – ed esseri che ascoltano e comprendono).
L’uomo
moderno è imbevuto di mentalità scientifica al punto che, pur essendo disposto
a concordare con la precedente analisi, trova difficile accettare l’assunto
sottinteso: la priorità ontologica del linguaggio. C’è qualcosa di più fondamentale
dei quattro elementi del linguaggio, ed è il linguaggio stesso. La parola non è
un legame fra i quattro elementi, come se essi avessero una consistenza
propria, ma esattamente il contrario: i quattro elementi sono parti costitutive
di un intero che è la parola stessa. E’ soltanto l’interpretazione
nominalistica della parola che presume che il linguaggio sia semplicemente un
insieme di segni che indicano solo relazioni esterne fra entità indipendenti.
Nessuna meraviglia che una volta che gli elementi sono disgiunti non ci sia più
modo di rimetterli insieme.
Una
parola non rappresenta qualcos’altro, non indica qualcosa di totalmente
indipendente e separabile dalla parola. Questo andrebbe preso proprio alla
lettera, anzi verbatim. Se non abbiamo la parola “giustizia” non
possiamo avere giustizia. Possiamo avere equità, democrazia e imparziale
distribuzione di beni o punizioni, possiamo avere dharma od ordo
ecc., ma non avremo giustizia. Il che appare come una tautologia, e in un certo
senso è una tautologia qualificata come lo sono tutte le espressioni
estreme, poiché non hanno terreno al di là di se stesse: e il linguaggio è
estremo. Una parola è la manifestazione stessa, a un tempo rivelatrice e
celante, che espone e protegge ciò che dice, come gli indumenti coprono e
manifestano i nostri corpi o come i nostri corpi rivelano e celano noi stessi.
Possiamo tracciare distinzioni mentali fra i quattro costituenti della parola,
ma la separazione sarebbe mortale. La parola è rivelazione di ciò che dice; e
la parola è nel dire, è la vera forma, l’epifania di ciò che è detto da parte
di chi parla a chi la riceve. Una parola è una parola quando dice
(qualcosa a noi), cioè quando la capiamo. E noi capiamo una parola quando
stiamo sotto il suo influsso e la parola manifesta, mette nelle nostre mani,
mette a nostra disposizione quello che dice. Una parola è una parola quando
parla.
La
parola è materiale e spirituale, sensuale e intellettuale, personale e
impersonale, tutto in una volta. Ha potere e significato. Ma la parola non è
solo un ponte sotto il quale le acque straniere del significato intellettuale
scorrono in modo indipendente, né soltanto il canale tramite il quale il
ruscello di uno spirito nobile irriga la terra secca di ascoltatori ignoranti.
La parola è come un’arcata che non solo unisce ma anche forma, distinguendole,
le due sponde che collega. Due differenti sponde, e non un indistinguibile
oceano monastico né due fiumi dualisticamente irrelati infinitamente distanti,
proprio perché l’arcata è lì. I piloni dell’arcata affondano nelle sponde, e
nella nostra metafora sono le sponde che appartengono all’arcata così come
l’arco vero e proprio è parte dell’arcata totale.
Ora,
questi due pilastri che appartengono alla parola, non sono il soggetto e
l’oggetto epistemologici, ma l’io e il tu. Non solo non c’è io senza un tu e
viceversa, perché l’io è tale solo se c’è un tu e altrettanto; ma non vi è
neppure io né tu senza la parola. E anche questo va preso verbatim, “in
parola”, letteralmente.
Una
parola non può essere manipolata come un termine: non può essere meramente
ripetuta né semplicemente tradotta. Tempo e spazio appartengono alla parola in
quanto tale – la parola, come l’Uomo, è anche un essere temporale. Ogni
parola è unica. Ogni volta che diciamo “sì”, “papà”, “ti amo”, “non sono
d’accordo”, “Dio”, “Pietro”, “giustizia”, non si tratta di un semplice
etichettare in vista di una chiarificazione o classificazione. E’ un chiamare o
un rispondere (una promessa, un giuramento) al fine di dire qualcosa che è
inseparabile dalla cosa detta stessa e che non può essere ridotto al mero
“contenuto” del dire. Il contenuto dipende dal contenitore e viceversa.
Entrambi si appartengono. Ogni parola autentica è un sacramento. E’ un voto, un
impegno; implica una fedeltà e il rischio che tu possa non ammettere il mio
grido, la mia affermazione, la mia preghiera, la mia opinione, o capire il mio
dire. Una parola mi rivela a te e non può essere ridotta soltanto a una
dichiarazione oggettiva od oggettivabile. Ogni parola è nuova ogni volta che è
pronunciata. Non produce noia, nausea. E’ una nuova invenzione, un nuovo
linguaggio, ogni volta, con sfumature che solo chi è in accordo, “in fase”,
all’interno del mito, potrà comprendere e seguire. “Caro” è una parola ridicola
se ascoltata nel linguaggio della terza persona. E’ qualcosa che una “terza
persona” ha udito tanto spesso, eppure è sempre nuovo per chi parla
sinceramente e per il tu che lo riceve.
Ovviamente avrei potuto scrivere altrettanto “ti odio”, come esempio. Se
dico “ti odio”, sto dicendo e facendo molto di più del semplice indicare un
concetto di odio riferendolo a te. Quando do la mia parola, do me stesso, la
mia fedeltà, la mia vita: sono io. La fedeltà ai termini è insensata. La
fedeltà alle parole è costitutiva della parola stessa.
Sarà
ora più chiaro come mai la parola, la parola vivente, una lingua come modalità
dell’essere umano, non può essere meramente tradotta come semplice ripetizione
di un’altra voce. Semmai, deve essere ripresentata in un nuovo scenario. Deve
essere un atto liturgico e creativo. Non puoi tradurre i Veda. Devi cantarli e
pregarli di nuovo, eppure puoi usare un altro idioma, un altro ritmo. Puoi
cambiare flauto e tamburo, il tono e il ritmo, eppure tu “sai” (veda)
che stai facendo lo stesso “in memoria di lui” (anamnesi). Non puoi sostituire
le parole. Devi “parlare” la musica nuovamente con differenti strumenti. La
funzione principale della parola è nominare – come attestano Veda e Bibbia. Il caso originario della
parola è il vocativo non il nominativo e men che meno i casi obliqui. Ogni
parola è frutto di una chiamata in un duplice senso: chiami e sei chiamato.
Ogni parola è un’invocazione e una risposta. Ogni parola come atto individuale
è anche lingua come fatto sociale, per usare il linguaggio di Saussure. Diciamo
parole per chiamare le persone: le parole hanno un senso; nominiamo la cosa per
significare le cose: le cose hanno un significato; definiamo gli oggetti per
intendere i concetti: i termini hanno un riferimento.
Ho
riassunto questa complessa problematica affermando che la parola vera è un
simbolo e non un segno. Il simbolo non è oggettivabile – perché non è “lì”.
Se qualcosa non è un simbolo per te, allora non è un simbolo (per te) e non
puoi trattarlo come un simbolo: se tu non capisci una parola, non la capisci.
Può certo essere spiegata, ma tu non afferri il senso della parola finché non
ti parla direttamente, senza traduzione o spiegazione. Il simbolo non è
neanche mera soggettività – perché non è “qui”. Non si può stabilire un simbolo
a piacere. “Die Sprache spricht”, direbbe Heidegger, ripetendo esattamente ciò
che Sabaracarya aveva scritto più di un millennio prima: “sabda parla,
rende noto”. Non possiamo postulare i simboli come facciamo con i segni e gli
assiomi. Un simbolo è naturale e non artificiale. Sfida la manipolazione. Che
cosa rende riconoscibile come simbolo un simbolo artificiale? Quei fattori
elementari con i quali si può spiegare il supposto simbolo, che apparentemente
non necessitano di ulteriori spiegazioni – questi sono i veri simboli. Il
simbolo simbolizza, e non confondiamo il simbolo con il simbolizzato e neppure
li separiamo. Il simbolo è simbolizzare. Tu non potresti conoscermi e amarmi
se io fossi senza un corpo. Eppure, benché io in un certo senso sia il mio
corpo, non sono solo il corpo che tu vedi e conosci (e neppure sono il mio
corpo più qualcos’altro). Il mio corpo è il mio simbolo. La loro
relazione è costitutiva. Questa relazione è il simbolo.
(…)
Una
parola non è mera relazione nel senso etimologico di riportare al soggetto il
“significato” dell’oggetto, o in senso aristotelico di un accidente che
connette il mondo delle idee e dei concetti con i soggetti umani. Una parola è
più di un semplice legame connettivo. E’ l’espressione stessa di quella
rispettività che fa sì che le cose siano ciò che sono, o meglio che le lascia
essere ciò che sono.
Questo
significa anche che non vi è parola senza connessione con un’intera lingua o un
gruppo di persone. Una parola totalmente isolata “in sé” non è una parola. La
parola non è un fenomeno: non può essere estratta dalla sua dimora senza
smettere di essere quello che è. La metafora heideggeriana “Haus des Seins” può
essere resa più vivacemente come “la vivienda del ser”, dove “vivienda” non è
solo la casa che ogni parola offre, ma la sua vita stessa. Fray Luis de Leòn usa la parola “vivienda”
non solo per dire dove viviamo, ma nel senso di come si vive, lo stile e la
forma di vita. La lingua è la vivienda dell’Essere, la vita della realtà
che tutto racchiude. La parola è l’habitat dell’Essere: ciò che ha essere.
In altre parole:il se stesso della parola è un “io-tu-esso stesso”, è l’in
mezzo o la rispettività, e non un semplice ciò. Una parola “in se
stessa” significa la parola integrale, la dicibilità linguistica di cui
partecipano tutte le cose dicibili: significa una parola in se stessa.
Tutto
ciò diventa più plausibile se richiamiamo il senso tradizionale della
bestemmia, i mantra, o il significato tuttora vivo della menzogna.
Una
bestemmia è una parola senza amore, carica di odio reale, e per questo è un
suono che ferisce, una vera offesa (verbale), qualcosa che ferisce. Un mantra
è una parola potente non in forza di magia, ma per l’intrinseco potere
inerente nella pienezza intatta di un suono che provoca pensiero, siccome viene
da man, pensare. Una menzogna non è solo la scorrettezza fattuale in
un’affermazione obiettiva, ma qualcosa di distruttivo del mio stesso essere – o
del tuo, ascoltatore, precisamente perché la bugia distrugge la parola. Ogni
parola autentica è una comunione vivente e ravvivante, che rivela una comunione
latente fra chi parla e chi ascolta (la parola).
Una parola può essere
sbagliata, ma nessuna parola reale che include le quattro dimensioni sopra
menzionate può essere una pura menzogna. Non sarebbe più una parola completa.
Non direbbe ciò che professa di dire. Un errore è in qualche modo
un’imprecisione, di solito una mancanza di corrispondenza. Una menzogna, in
quanto parola, è una contraddizione di termini. L’argento falso è falso proprio
perché non è argento, sembra solo esserlo, per usare un famoso esempio indiano.
Una bugia, in quanto bugia, sembra soltanto una parola senza esserlo. Io posso
dire “(tu se) un fallito” e può essere un errore se tu non lo sei, ma non sto
dicendolo davvero se pronuncio la frase senza credere che sia realmente così.
In questo caso sto usando i suoni della frase per barare, per ferire, per
incoraggiarti o per esprimere qualunque intenzione io abbia. E questo è ciò che
davvero sto dicendo. Se tu scopri il mio significato nascosto, allora la parola
può dire qualcosa. (…) Senz’altro le parole hanno significato in se stesse, ma
non sono vere parole se private di ogni convinzione personale e incarnazione
nella vita di chi parla o di chi ascolta.
La parola non è
qualcosa di incidentale alle cose, ma non è neanche il loro noumento. Ogni
riduzione della parola al suo “puro” significato uccide la parola in quanto
tale. Ogni parola pronuncia una sentenza ed esprime un impegno. Ogni vera
parola è rispettività. E’ mythos e logos nello stesso tempo. Le
parole sono parole solo se integrate nell’interezza del mondo linguistico che
dà loro vita e significato.
Le parole, come ogni
simbolo, hanno vita propria. Una parola, per essere parola, deve essere
parlata; e ogni volta che è parlata è nuova e acquisisce anche un nuovo
significato, in un primo tempo con sfumature impercettibili che diventano poco
a poco considerevoli mutamenti. Da un lato ogni parola ha il proprio carattere,
che ho chiamato ontonomia, una relazione interna col proprio passato e
storia, una propria consistenza. Non possiamo usare le parole a capriccio.
D’altro lato, questa stessa autonomia rende le parole dipendenti dall’uso che
ne facciamo e vulnerabili alle nostre interpretazioni. Parliamo di parole vive e
l’espressione è adeguata. La vita di una parola è simile alla vita di una
persona. Siamo liberi, possiamo persino uccidere noi stessi (e gli altri);
possiamo indirizzare le nostre vite in una direzione o in un’altra. Tuttavia
non possiamo cambiare la realtà e la funzione ontonomica della vita.
Partecipiamo alla vita e viviamo nella vita; la viviamo senza esserne stati i
creatori. Altrettanto con le parole. Partecipiamo della “vita” di una parola
quando la impariamo e usiamo; possiamo persino modificare il suo significato e
in effetti lo facciamo; ma possiamo farlo solo all’interno e con la parola
stessa. Una parola vivente non ha autore. Nessuno postula: “Questo è ciò che la
tale e talaltra parola significa”. Sarebbe un’etichetta, un segno, non una
parola. Non c’è canzone finché non la si canta. Non c’è una parola finché non
la diciamo e qualcun altro non la comprende! La parola è il simbolo per
eccellenza.
La confusione fra termini
e parole è alla radice della caduta di ogni cultura. Mostra che quella particolare
cultura non è più vivente. Si è fossilizzata. I mezzi sono divenuti fini, e le
finalità sono state dimenticate. La lingua ha smesso di essere un mediatore ed
è diventata un intermediario – e dunque qualsiasi cosa reale è rimandata (fino
all’arrivo di Godot, alla distribuzione dei beni, all’arrivo del paradiso
terrestre…). Il mediatore, a differenza dell’intermediario, non è un broker,
che mette in rapporto due partner rivali per mezzo di un compenso. Non è un
terzo partito (la “terza persona”) presumibilmente imparziale e obiettivo, che
mette in relazione chi parla e chi ascolta tramite ciò di cui si parla, il
“senso della cosa”. Tramite che cosa l’intermediario mette in relazione? Quis custodiet
ipsos custodes? (Chi farà la guardia alle
guardie?)
La parola, invece, è un
mediatore, che partecipa sia della natura di chi parla sia di quella di chi
riceve. O meglio, chi parla e chi riceve sono tali perché partecipano della
parola, perché parlano e ascoltano. La parola è primordiale.
Se i concetti sono relativi
ai termini, le esperienze sono connesse con le parole. Se un concetto è un medium
quo, un’esperienza è un medium quod. L’esperienza è contatto senza
intermediario, è un “tocco” immediato. Esaminare ora se ci sono esperienze
senza parole ci distrarrebbe dal nostro tema centrale. In ogni caso non sto
“parlando” ora dell’”indicibile” o commentando l’”esperienza del nulla” come il
nulla stesso dell’esperienza. Quasi tutte le tradizioni hanno riconosciuto la
parola interiore che, quale che sia il motivo, rimane non detta esternamente e
ci forza a “dire” che è “indicibile” – finché non esplode in una nuova
rivelazione.
Sia come sia, la parola è
l’ultima istanza. La parola mi rivela e
devo ritirare la parola con tutte le sue implicazioni, se ho proferito una
parola vana.
C’è un criterio molto
semplice per differenziare parole e termini: lo si può indicare in due modi
differenti.
Possiamo utilizzare
termini in cui non crediamo senza per questo mentire. Non possiamo far lo
stesso con le parole. Possiamo usare anche molto correttamente un suono
particolare, un termine proprio per designare non solo l’acido solforico ma
anche per indicare che “questa” è un’azione democratica o che “quella” è una
decisione giusta. Ma questi nomi sono meri termini e non parole, se non
crediamo in ciò che stiamo dicendo. Possiamo dover dire che un certo paese è
una repubblica democratica anche se non crediamo che questo sia un uso valido
della parola “democrazia”. In tal caso sarà solo un termine per designare
un’entità. Solo un mussulmano può veramente dire il distico della fede
islamica. Ci sono martiri per la parola, ma non per i termini.
Un altro modo per indicare
lo stesso criterio è il seguente: un termine può essere usato un numero
indefinito di volte quando vogliamo designare l’oggetto indicato da quel
termine. E’ pura ripetizione. Nessuna parola, invece, può essere, propriamente
parlando, ripetuta. Una parola è ogni volta qualcosa di differente, ogni volta
svela qualcosa di nuovo, per chi parla, per chi ascolta o forse per ciò di cui
parla. La parola è per sua natura sempre analoga. Ha vita propria. Possiamo
stancarci di appiccicare la stessa etichetta (…). Non ci stancheremo mai di
dire parole reali, anche se si tratta di dare lo “stesso” consiglio o di
chiedere o dare lo “stesso” perdono settanta volte. (…)
E’ un’esperienza comune
che abbiamo con le nostre parole autentiche: non possono essere semplicemente
ripetute: devono essere riattualizzate. Avete fatto una buona lezione, un
discorso ispirato: avete avuto una conversazione vivace, un dialogo vivo. Poi
vi invitano a una cena noiosa, e qualcuno vi chiede cosa mai avete detto per
essere così eccitato. Non potete ripetervi, non potete raccontare,
riattualizzare la parola viva. Il rapporto non è la cosa, la cronaca è una distorsione
(…)
Ora, non è che la
struttura, l’atmosfera, cioè gli esterni non siano gli stessi. In un’altra
situazione ti puoi ripetere, perché riattui un’altra volta le “stesse” parole
in un diverso contesto di vita. Ciò che non è lo stesso è la parola (o le parole,
il discorso), perché la parola è più del semplice contenuto “intellettuale”,
del “significato”. La parola è relazione, è amore tanto quanto è significato,
abbraccia sia chi ascolta sia chi parla, implica la tua voce tanto quanto le
orecchie e il cuore di coloro con cui comunichi, i quali estraggono da te le
parole adeguate. L’uditorio appartiene al discorso tanto quanto l’oratore
(anche se non nella stessa proporzione).
La parola è completa solo
quando manifesta le sue quattro dimensioni.
Si può obiettare che sto
usando il sostantivo “parola” in un senso molto restrittivo o piuttosto in un
modo assai elevato, e non nel senso ordinario in cui è abitualmente usata. E
sono d’accordo con questa parte della critica, perché ciò che denuncio è
esattamente la degenerazione della parola – che è l’intera e complessa realtà
che sto carcando di descrivere – in “parole, parole, parole”, per citare da
quel periodo europeo quando il potere e la realtà sacramentale della parola
iniziarono a svanire per far posto alla sostituzione nominalistica dei termini.
Devo inoltre mettere in chiaro una volta di più che termini, etichette,
formule, algebra e scienze sono necessità di enorme valore. Sto solo cercando
di recuperare l’equilibrio, di ricordare, citando Rg-veda, che la Parola
è misurata in quattro quarti: il saggio li conosce tutti, ma soltanto uno di
essi è parlato dagli uomini. Ovvero, parafrasando un salmo: la Parola è una, ma
noi la scindiamo in tre: la parola che io dico, quella che tu senti,
e quella che svela se stessa. Nella parola la costellazione delle “tre
persone” si incontra: io, tu, quello; sono, sei, è.
(…)
Una parola ha senso, il
che implica una direzione e un correlato sensuale. Le parole sono tali quando
stabiliscono una direzione e ci pongono in una direzione fra chi parla e ciò di
cui parla, quando sistemano entrambi (chi parla e chi ascolta) nella direzione
verso i “contenuti” che non possono essere separati dal “contenitore” sensuale
del “contenuto” (concetto) intellettuale. Sono
d’accordo con Ferdinand Ebner nel dire che la facoltà della parola è il
sesto senso dell’essere umano: l’intelletto, considerato come il senso
spirituale o intellettuale dell’Uomo. Il senso intellettuale “apprende”
l’integralità della parola in modo simile a come i sensi sensuali “colgono” la
realtà sensuale – chiamata a volta oggetto dei sensi. E come la realtà sensuale
non è un mero oggetto o un puro soggetto (un colore rosso o un suono
particolare non è solo nella “cosa”, né soltanto nell’aria, né esclusivamente
nel mio occhio od orecchio), così la realtà spirituale non è né in un mondo
“dell’intelletto”, né è semplicemente una circonvoluzione del cervello. Il
senso di una parola è inseparabile dalla parola, e ci coinvolge con esso.
Apprendiamo il senso di una parola perché nello stesso tempo ne siamo appresi.
Il senso è nella parola. Il sensuale e lo spirituale si incontrano nella
parola. Nelle Upanisad e in gran parte della tradizione indiana la
parola è la mediazione fra corpo e mente. La dicotomia fra le cartesiane res
extensa e res cogitans cade nella parola.
In breve, siamo dotati del
potere di nominare: usiamo termini (che sono segni) per designare riferimenti,
e parliamo parole (che sono simboli) per vivere in comunione con i nostri
simili.
Un ultimo rilievo: per
poter analizzare ho distinto, ma ciò non deve essere compreso come separazione,
il che rappresenterebbe esattamente l’opposto di quello che questo studio
intende comunicare. A dispetto di tutti i richiami della scienza a proposito
delle strutture formali delle sue categorie, ogni termine ha una carica
“verbale” che non può essere totalmente eliminata – e più un termine è usato,
maggiore può diventare la sua partecipazione alla parola. Di nuovo, ogni parola
ha una grande quantità di carattere “terminale”. Che cos’è, parlando
verbalmente, il fanatismo, se non la negazione della flessibilità verbale delle
parole, che le converte in termini univoci?

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