sabato 1 settembre 2012

«Tutto inizia dall’uso rispettoso e appropriato delle parole»



Parole e termini

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Ridurre il linguaggio a un mezzo, l’uomo a un sistema di informazione e la realtà a una rete globale di comunicazioni è un impoverimento del linguaggio, dell’Uomo e della Realtà. Equivale a menomare artificialmente linguaggio, Uomo e Realtà, cadendo preda di quel riduzionismo cui abbiamo accennato all’inizio. Equivale a ridurre l’intero campo della realtà al quello e all’è, dimenticando – quando non disprezzando – il sei e il sono, il tu e l’io. Non solo il mondo della soggettività è trascurato, ma la sfera della persona, il regno della vita umana è ignorato. Lasciatemi spiegare, concentrandomi esclusivamente su un solo aspetto particolare di questo enorme problema: quello del linguaggio.

Noi usiamo termini, ma pronunciamo parole. La parola non è un semplice termine. La parola non è un semplice segno.

I termini non sono flessibili; sono esatti, precisi. Non puoi chiamare solforosa una sostanza se è solforica. I termini sono oggettivi, una volta che siano stati fissati e determinati. Non è lo stesso con le parole. Eppure esse non sono meramente soggettive. Presentano un carattere molto particolare. Da una parte, la parola è data, noi partecipiamo di una parola; non è certo una nostra invenzione. Dobbiamo dire la parola giusta e questo non è lasciato al nostro capriccio. D’altra parte, ogni parola autentica è una scoperta creativa, è, per così dire, nuova ogni volta. Le diamo un significato, una prospettiva, una connotazione: è questo che la rende una parola reale, e non la ripetizione di un modello stereotipato. Se dico “giustizia” o “democrazia” o “amore”, sto dando vita a queste parole, ed esse vengono a significare qualcosa che è anche una mia creazione. Anche se si tratta della semplice scoperta che una certa situazione è espressa in una certa parola (o in più parole), questa scoperta mi modifica, crea in me qualcosa che non c’era. In breve, la relazione fra la parola e il parlante non è una mera relazione dialettica. E’ una relazione particolare propria del linguaggio. Ben nota a questo proposito è la frase di von Humboldt, secondo cui per comprendere una singola parola abbiamo bisogno della totalità del linguaggio.
La diretta conseguenza del nominalismo, benché ci siano voluti secoli perché divenisse evidente, è il solco invalicabile che ha creato fra le cose e il “pensiero” riguardo a esse. Nel momento in cui i nomi diventano termini, vale a dire nel momento in cui i nomi non dicono più le cose o esprimono il reale, ma solo concetti, c’è un chiasmo insormontabile fra le cose da un lato e i concetti dall’altro. Creiamo un intero mondo di concetti, maneggiamo un sistema coerente di termini, e fintantoché manteniamo l’ingenua fede acritica che la realtà sia una docile ancella dei costrutti delle nostre menti, funziona senza ulteriori problemi. Ma nel momento in cui o le cose smettono di essere così duttili o chiediamo a noi stessi il fondamento di tale fede, la rottura fra soggettività e oggettività diviene insanabile.
Ma pensare non è puro ragionare, cioè calcolare e contare e la parola non è puro segno. La parola è simbolo.
Una vera parola include il parlante, così come il mezzo parlato, ciò di cui si parla e a chi si parla. Una parola non è un’entità isolata. Una parola è parola solo se è detta da qualcuno (il parlante); se ha un suono, un sostegno sensoriale (il parlato); un significato, un senso (ciò di cui si parla); e un ricevente, un uditore al quale e per il quale noi parliamo e che in un certo senso fa uscire le nostre stesse parole con la sua presenza, la sua influenza, le sue aspettative, l’arco della sua percettività, i suoi interessi e via dicendo. L’uditore condiziona le nostre parole quanto l’argomento – qualcosa che nessun orientale scorderà mai, dato che il linguaggio è comunicazione (e in definitiva comunione) fra persone tanto quanto comunicazione di (o perlomeno informazione a proposito di) una certa situazione.
Il suono di una parola è il suo suono, ma non è tutta la parola. Il significato di una parola è il suo significato, ma non è tutta la parola. Colui che dice la parola è il parlante, ma nella parola c’è più del parlante, a patto che la distinzione non ci porti fuori strada fino alla separazione.. L’uditore della parola è colui cui si parla: non vi è vera parola se non è parlata a qualcuno, sia fisicamente di fronte a chi parla, sia interiormente davanti alla parola interiore. Non vi è parola senza questi quattro elementi, tutti in indistruttibile unità: chi parla pronunciando la parola, il suo suono fisico, il suo contenuto (significato intenzionale e inerente) e il suo ascoltatore. Ognuno di questi elementi è costitutivo della parola. Inoltre, nessuno di essi può essere isolato dai rispettivi mondi (di esseri parlanti, suoni, contenuti – intenzioni/significati – ed esseri che ascoltano e comprendono).
L’uomo moderno è imbevuto di mentalità scientifica al punto che, pur essendo disposto a concordare con la precedente analisi, trova difficile accettare l’assunto sottinteso: la priorità ontologica del linguaggio. C’è qualcosa di più fondamentale dei quattro elementi del linguaggio, ed è il linguaggio stesso. La parola non è un legame fra i quattro elementi, come se essi avessero una consistenza propria, ma esattamente il contrario: i quattro elementi sono parti costitutive di un intero che è la parola stessa. E’ soltanto l’interpretazione nominalistica della parola che presume che il linguaggio sia semplicemente un insieme di segni che indicano solo relazioni esterne fra entità indipendenti. Nessuna meraviglia che una volta che gli elementi sono disgiunti non ci sia più modo di rimetterli insieme.
Una parola non rappresenta qualcos’altro, non indica qualcosa di totalmente indipendente e separabile dalla parola. Questo andrebbe preso proprio alla lettera, anzi verbatim. Se non abbiamo la parola “giustizia” non possiamo avere giustizia. Possiamo avere equità, democrazia e imparziale distribuzione di beni o punizioni, possiamo avere dharma od ordo ecc., ma non avremo giustizia. Il che appare come una tautologia, e in un certo senso è una tautologia qualificata come lo sono tutte le espressioni estreme, poiché non hanno terreno al di là di se stesse: e il linguaggio è estremo. Una parola è la manifestazione stessa, a un tempo rivelatrice e celante, che espone e protegge ciò che dice, come gli indumenti coprono e manifestano i nostri corpi o come i nostri corpi rivelano e celano noi stessi. Possiamo tracciare distinzioni mentali fra i quattro costituenti della parola, ma la separazione sarebbe mortale. La parola è rivelazione di ciò che dice; e la parola è nel dire, è la vera forma, l’epifania di ciò che è detto da parte di chi parla a chi la riceve. Una parola è una parola quando dice (qualcosa a noi), cioè quando la capiamo. E noi capiamo una parola quando stiamo sotto il suo influsso e la parola manifesta, mette nelle nostre mani, mette a nostra disposizione quello che dice. Una parola è una parola quando parla.
La parola è materiale e spirituale, sensuale e intellettuale, personale e impersonale, tutto in una volta. Ha potere e significato. Ma la parola non è solo un ponte sotto il quale le acque straniere del significato intellettuale scorrono in modo indipendente, né soltanto il canale tramite il quale il ruscello di uno spirito nobile irriga la terra secca di ascoltatori ignoranti. La parola è come un’arcata che non solo unisce ma anche forma, distinguendole, le due sponde che collega. Due differenti sponde, e non un indistinguibile oceano monastico né due fiumi dualisticamente irrelati infinitamente distanti, proprio perché l’arcata è lì. I piloni dell’arcata affondano nelle sponde, e nella nostra metafora sono le sponde che appartengono all’arcata così come l’arco vero e proprio è parte dell’arcata totale.
Ora, questi due pilastri che appartengono alla parola, non sono il soggetto e l’oggetto epistemologici, ma l’io e il tu. Non solo non c’è io senza un tu e viceversa, perché l’io è tale solo se c’è un tu e altrettanto; ma non vi è neppure io né tu senza la parola. E anche questo va preso verbatim, “in parola”, letteralmente.
Una parola non può essere manipolata come un termine: non può essere meramente ripetuta né semplicemente tradotta. Tempo e spazio appartengono alla parola in quanto tale – la parola, come l’Uomo, è anche un essere temporale. Ogni parola è unica. Ogni volta che diciamo “sì”, “papà”, “ti amo”, “non sono d’accordo”, “Dio”, “Pietro”, “giustizia”, non si tratta di un semplice etichettare in vista di una chiarificazione o classificazione. E’ un chiamare o un rispondere (una promessa, un giuramento) al fine di dire qualcosa che è inseparabile dalla cosa detta stessa e che non può essere ridotto al mero “contenuto” del dire. Il contenuto dipende dal contenitore e viceversa. Entrambi si appartengono. Ogni parola autentica è un sacramento. E’ un voto, un impegno; implica una fedeltà e il rischio che tu possa non ammettere il mio grido, la mia affermazione, la mia preghiera, la mia opinione, o capire il mio dire. Una parola mi rivela a te e non può essere ridotta soltanto a una dichiarazione oggettiva od oggettivabile. Ogni parola è nuova ogni volta che è pronunciata. Non produce noia, nausea. E’ una nuova invenzione, un nuovo linguaggio, ogni volta, con sfumature che solo chi è in accordo, “in fase”, all’interno del mito, potrà comprendere e seguire. “Caro” è una parola ridicola se ascoltata nel linguaggio della terza persona. E’ qualcosa che una “terza persona” ha udito tanto spesso, eppure è sempre nuovo per chi parla sinceramente e per il tu che lo riceve.  Ovviamente avrei potuto scrivere altrettanto “ti odio”, come esempio. Se dico “ti odio”, sto dicendo e facendo molto di più del semplice indicare un concetto di odio riferendolo a te. Quando do la mia parola, do me stesso, la mia fedeltà, la mia vita: sono io. La fedeltà ai termini è insensata. La fedeltà alle parole è costitutiva della parola stessa.
Sarà ora più chiaro come mai la parola, la parola vivente, una lingua come modalità dell’essere umano, non può essere meramente tradotta come semplice ripetizione di un’altra voce. Semmai, deve essere ripresentata in un nuovo scenario. Deve essere un atto liturgico e creativo. Non puoi tradurre i Veda. Devi cantarli e pregarli di nuovo, eppure puoi usare un altro idioma, un altro ritmo. Puoi cambiare flauto e tamburo, il tono e il ritmo, eppure tu “sai” (veda) che stai facendo lo stesso “in memoria di lui” (anamnesi). Non puoi sostituire le parole. Devi “parlare” la musica nuovamente con differenti strumenti. La funzione principale della parola è nominare – come attestano  Veda e Bibbia. Il caso originario della parola è il vocativo non il nominativo e men che meno i casi obliqui. Ogni parola è frutto di una chiamata in un duplice senso: chiami e sei chiamato. Ogni parola è un’invocazione e una risposta. Ogni parola come atto individuale è anche lingua come fatto sociale, per usare il linguaggio di Saussure. Diciamo parole per chiamare le persone: le parole hanno un senso; nominiamo la cosa per significare le cose: le cose hanno un significato; definiamo gli oggetti per intendere i concetti: i termini hanno un riferimento.
Ho riassunto questa complessa problematica affermando che la parola vera è un simbolo e non un segno. Il simbolo non è oggettivabile – perché non è “lì”. Se qualcosa non è un simbolo per te, allora non è un simbolo (per te) e non puoi trattarlo come un simbolo: se tu non capisci una parola, non la capisci. Può certo essere spiegata, ma tu non afferri il senso della parola finché non ti parla direttamente, senza traduzione o spiegazione. Il simbolo non è neanche mera soggettività – perché non è “qui”. Non si può stabilire un simbolo a piacere. “Die Sprache spricht”, direbbe Heidegger, ripetendo esattamente ciò che Sabaracarya aveva scritto più di un millennio prima: “sabda parla, rende noto”. Non possiamo postulare i simboli come facciamo con i segni e gli assiomi. Un simbolo è naturale e non artificiale. Sfida la manipolazione. Che cosa rende riconoscibile come simbolo un simbolo artificiale? Quei fattori elementari con i quali si può spiegare il supposto simbolo, che apparentemente non necessitano di ulteriori spiegazioni – questi sono i veri simboli. Il simbolo simbolizza, e non confondiamo il simbolo con il simbolizzato e neppure li separiamo. Il simbolo è simbolizzare. Tu non potresti conoscermi e amarmi se io fossi senza un corpo. Eppure, benché io in un certo senso sia il mio corpo, non sono solo il corpo che tu vedi e conosci (e neppure sono il mio corpo più qualcos’altro). Il mio corpo è il mio simbolo. La loro relazione è costitutiva. Questa relazione è il simbolo.
(…)
Una parola non è mera relazione nel senso etimologico di riportare al soggetto il “significato” dell’oggetto, o in senso aristotelico di un accidente che connette il mondo delle idee e dei concetti con i soggetti umani. Una parola è più di un semplice legame connettivo. E’ l’espressione stessa di quella rispettività che fa sì che le cose siano ciò che sono, o meglio che le lascia essere ciò che sono.
Questo significa anche che non vi è parola senza connessione con un’intera lingua o un gruppo di persone. Una parola totalmente isolata “in sé” non è una parola. La parola non è un fenomeno: non può essere estratta dalla sua dimora senza smettere di essere quello che è. La metafora heideggeriana “Haus des Seins” può essere resa più vivacemente come “la vivienda del ser”, dove “vivienda” non è solo la casa che ogni parola offre, ma la sua vita stessa.  Fray Luis de Leòn usa la parola “vivienda” non solo per dire dove viviamo, ma nel senso di come si vive, lo stile e la forma di vita. La lingua è la vivienda dell’Essere, la vita della realtà che tutto racchiude. La parola è l’habitat dell’Essere: ciò che ha essere. In altre parole:il se stesso della parola è un “io-tu-esso stesso”, è l’in mezzo o la rispettività, e non un semplice ciò. Una parola “in se stessa” significa la parola integrale, la dicibilità linguistica di cui partecipano tutte le cose dicibili: significa una parola in se stessa.
Tutto ciò diventa più plausibile se richiamiamo il senso tradizionale della bestemmia, i mantra, o il significato tuttora vivo della menzogna.
Una bestemmia è una parola senza amore, carica di odio reale, e per questo è un suono che ferisce, una vera offesa (verbale), qualcosa che ferisce. Un mantra è una parola potente non in forza di magia, ma per l’intrinseco potere inerente nella pienezza intatta di un suono che provoca pensiero, siccome viene da man, pensare. Una menzogna non è solo la scorrettezza fattuale in un’affermazione obiettiva, ma qualcosa di distruttivo del mio stesso essere – o del tuo, ascoltatore, precisamente perché la bugia distrugge la parola. Ogni parola autentica è una comunione vivente e ravvivante, che rivela una comunione latente fra chi parla e chi ascolta (la parola).
Una parola può essere sbagliata, ma nessuna parola reale che include le quattro dimensioni sopra menzionate può essere una pura menzogna. Non sarebbe più una parola completa. Non direbbe ciò che professa di dire. Un errore è in qualche modo un’imprecisione, di solito una mancanza di corrispondenza. Una menzogna, in quanto parola, è una contraddizione di termini. L’argento falso è falso proprio perché non è argento, sembra solo esserlo, per usare un famoso esempio indiano. Una bugia, in quanto bugia, sembra soltanto una parola senza esserlo. Io posso dire “(tu se) un fallito” e può essere un errore se tu non lo sei, ma non sto dicendolo davvero se pronuncio la frase senza credere che sia realmente così. In questo caso sto usando i suoni della frase per barare, per ferire, per incoraggiarti o per esprimere qualunque intenzione io abbia. E questo è ciò che davvero sto dicendo. Se tu scopri il mio significato nascosto, allora la parola può dire qualcosa. (…) Senz’altro le parole hanno significato in se stesse, ma non sono vere parole se private di ogni convinzione personale e incarnazione nella vita di chi parla o di chi ascolta.
La parola non è qualcosa di incidentale alle cose, ma non è neanche il loro noumento. Ogni riduzione della parola al suo “puro” significato uccide la parola in quanto tale. Ogni parola pronuncia una sentenza ed esprime un impegno. Ogni vera parola è rispettività. E’ mythos e logos nello stesso tempo. Le parole sono parole solo se integrate nell’interezza del mondo linguistico che dà loro vita e significato.
Le parole, come ogni simbolo, hanno vita propria. Una parola, per essere parola, deve essere parlata; e ogni volta che è parlata è nuova e acquisisce anche un nuovo significato, in un primo tempo con sfumature impercettibili che diventano poco a poco considerevoli mutamenti. Da un lato ogni parola ha il proprio carattere, che ho chiamato ontonomia, una relazione interna col proprio passato e storia, una propria consistenza. Non possiamo usare le parole a capriccio. D’altro lato, questa stessa autonomia rende le parole dipendenti dall’uso che ne facciamo e vulnerabili alle nostre interpretazioni. Parliamo di parole vive e l’espressione è adeguata. La vita di una parola è simile alla vita di una persona. Siamo liberi, possiamo persino uccidere noi stessi (e gli altri); possiamo indirizzare le nostre vite in una direzione o in un’altra. Tuttavia non possiamo cambiare la realtà e la funzione ontonomica della vita. Partecipiamo alla vita e viviamo nella vita; la viviamo senza esserne stati i creatori. Altrettanto con le parole. Partecipiamo della “vita” di una parola quando la impariamo e usiamo; possiamo persino modificare il suo significato e in effetti lo facciamo; ma possiamo farlo solo all’interno e con la parola stessa. Una parola vivente non ha autore. Nessuno postula: “Questo è ciò che la tale e talaltra parola significa”. Sarebbe un’etichetta, un segno, non una parola. Non c’è canzone finché non la si canta. Non c’è una parola finché non la diciamo e qualcun altro non la comprende! La parola è il simbolo per eccellenza.
La confusione fra termini e parole è alla radice della caduta di ogni cultura. Mostra che quella particolare cultura non è più vivente. Si è fossilizzata. I mezzi sono divenuti fini, e le finalità sono state dimenticate. La lingua ha smesso di essere un mediatore ed è diventata un intermediario – e dunque qualsiasi cosa reale è rimandata (fino all’arrivo di Godot, alla distribuzione dei beni, all’arrivo del paradiso terrestre…). Il mediatore, a differenza dell’intermediario, non è un broker, che mette in rapporto due partner rivali per mezzo di un compenso. Non è un terzo partito (la “terza persona”) presumibilmente imparziale e obiettivo, che mette in relazione chi parla e chi ascolta tramite ciò di cui si parla, il “senso della cosa”. Tramite che cosa l’intermediario mette in relazione? Quis custodiet ipsos custodes? (Chi farà la guardia alle guardie?)
La parola, invece, è un mediatore, che partecipa sia della natura di chi parla sia di quella di chi riceve. O meglio, chi parla e chi riceve sono tali perché partecipano della parola, perché parlano e ascoltano. La parola è primordiale.
Se i concetti sono relativi ai termini, le esperienze sono connesse con le parole. Se un concetto è un medium quo, un’esperienza è un medium quod. L’esperienza è contatto senza intermediario, è un “tocco” immediato. Esaminare ora se ci sono esperienze senza parole ci distrarrebbe dal nostro tema centrale. In ogni caso non sto “parlando” ora dell’”indicibile” o commentando l’”esperienza del nulla” come il nulla stesso dell’esperienza. Quasi tutte le tradizioni hanno riconosciuto la parola interiore che, quale che sia il motivo, rimane non detta esternamente e ci forza a “dire” che è “indicibile” – finché non esplode in una nuova rivelazione.
Sia come sia, la parola è l’ultima istanza.  La parola mi rivela e devo ritirare la parola con tutte le sue implicazioni, se ho proferito una parola vana.
C’è un criterio molto semplice per differenziare parole e termini: lo si può indicare in due modi differenti.
Possiamo utilizzare termini in cui non crediamo senza per questo mentire. Non possiamo far lo stesso con le parole. Possiamo usare anche molto correttamente un suono particolare, un termine proprio per designare non solo l’acido solforico ma anche per indicare che “questa” è un’azione democratica o che “quella” è una decisione giusta. Ma questi nomi sono meri termini e non parole, se non crediamo in ciò che stiamo dicendo. Possiamo dover dire che un certo paese è una repubblica democratica anche se non crediamo che questo sia un uso valido della parola “democrazia”. In tal caso sarà solo un termine per designare un’entità. Solo un mussulmano può veramente dire il distico della fede islamica. Ci sono martiri per la parola, ma non per i termini.
Un altro modo per indicare lo stesso criterio è il seguente: un termine può essere usato un numero indefinito di volte quando vogliamo designare l’oggetto indicato da quel termine. E’ pura ripetizione. Nessuna parola, invece, può essere, propriamente parlando, ripetuta. Una parola è ogni volta qualcosa di differente, ogni volta svela qualcosa di nuovo, per chi parla, per chi ascolta o forse per ciò di cui parla. La parola è per sua natura sempre analoga. Ha vita propria. Possiamo stancarci di appiccicare la stessa etichetta (…). Non ci stancheremo mai di dire parole reali, anche se si tratta di dare lo “stesso” consiglio o di chiedere o dare lo “stesso” perdono settanta volte. (…)
E’ un’esperienza comune che abbiamo con le nostre parole autentiche: non possono essere semplicemente ripetute: devono essere riattualizzate. Avete fatto una buona lezione, un discorso ispirato: avete avuto una conversazione vivace, un dialogo vivo. Poi vi invitano a una cena noiosa, e qualcuno vi chiede cosa mai avete detto per essere così eccitato. Non potete ripetervi, non potete raccontare, riattualizzare la parola viva. Il rapporto non è la cosa, la cronaca è una distorsione (…)
Ora, non è che la struttura, l’atmosfera, cioè gli esterni non siano gli stessi. In un’altra situazione ti puoi ripetere, perché riattui un’altra volta le “stesse” parole in un diverso contesto di vita. Ciò che non è lo stesso è la parola (o le parole, il discorso), perché la parola è più del semplice contenuto “intellettuale”, del “significato”. La parola è relazione, è amore tanto quanto è significato, abbraccia sia chi ascolta sia chi parla, implica la tua voce tanto quanto le orecchie e il cuore di coloro con cui comunichi, i quali estraggono da te le parole adeguate. L’uditorio appartiene al discorso tanto quanto l’oratore (anche se non nella stessa proporzione).
La parola è completa solo quando manifesta le sue quattro dimensioni.
Si può obiettare che sto usando il sostantivo “parola” in un senso molto restrittivo o piuttosto in un modo assai elevato, e non nel senso ordinario in cui è abitualmente usata. E sono d’accordo con questa parte della critica, perché ciò che denuncio è esattamente la degenerazione della parola – che è l’intera e complessa realtà che sto carcando di descrivere – in “parole, parole, parole”, per citare da quel periodo europeo quando il potere e la realtà sacramentale della parola iniziarono a svanire per far posto alla sostituzione nominalistica dei termini. Devo inoltre mettere in chiaro una volta di più che termini, etichette, formule, algebra e scienze sono necessità di enorme valore. Sto solo cercando di recuperare l’equilibrio, di ricordare, citando Rg-veda, che la Parola è misurata in quattro quarti: il saggio li conosce tutti, ma soltanto uno di essi è parlato dagli uomini. Ovvero, parafrasando un salmo: la Parola è una, ma noi la scindiamo in tre: la parola che io dico, quella che tu senti, e quella che svela se stessa. Nella parola la costellazione delle “tre persone” si incontra: io, tu, quello; sono, sei, è.
(…)
Una parola ha senso, il che implica una direzione e un correlato sensuale. Le parole sono tali quando stabiliscono una direzione e ci pongono in una direzione fra chi parla e ciò di cui parla, quando sistemano entrambi (chi parla e chi ascolta) nella direzione verso i “contenuti” che non possono essere separati dal “contenitore” sensuale del “contenuto” (concetto) intellettuale. Sono  d’accordo con Ferdinand Ebner nel dire che la facoltà della parola è il sesto senso dell’essere umano: l’intelletto, considerato come il senso spirituale o intellettuale dell’Uomo. Il senso intellettuale “apprende” l’integralità della parola in modo simile a come i sensi sensuali “colgono” la realtà sensuale – chiamata a volta oggetto dei sensi. E come la realtà sensuale non è un mero oggetto o un puro soggetto (un colore rosso o un suono particolare non è solo nella “cosa”, né soltanto nell’aria, né esclusivamente nel mio occhio od orecchio), così la realtà spirituale non è né in un mondo “dell’intelletto”, né è semplicemente una circonvoluzione del cervello. Il senso di una parola è inseparabile dalla parola, e ci coinvolge con esso. Apprendiamo il senso di una parola perché nello stesso tempo ne siamo appresi. Il senso è nella parola. Il sensuale e lo spirituale si incontrano nella parola. Nelle Upanisad e in gran parte della tradizione indiana la parola è la mediazione fra corpo e mente. La dicotomia fra le cartesiane res extensa e res cogitans cade nella parola.
In breve, siamo dotati del potere di nominare: usiamo termini (che sono segni) per designare riferimenti, e parliamo parole (che sono simboli) per vivere in comunione con i nostri simili.
Un ultimo rilievo: per poter analizzare ho distinto, ma ciò non deve essere compreso come separazione, il che rappresenterebbe esattamente l’opposto di quello che questo studio intende comunicare. A dispetto di tutti i richiami della scienza a proposito delle strutture formali delle sue categorie, ogni termine ha una carica “verbale” che non può essere totalmente eliminata – e più un termine è usato, maggiore può diventare la sua partecipazione alla parola. Di nuovo, ogni parola ha una grande quantità di carattere “terminale”. Che cos’è, parlando verbalmente, il fanatismo, se non la negazione della flessibilità verbale delle parole, che le converte in termini univoci?



                       

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