
Dal punto di vista tecnico, le elezioni in cui il cento per cento dei
suffragi risulta conforme all'orientamento desiderato non presentano
difficoltà di sorta. La cifra è già stata raggiunta, anzi addirittura
superata perché può succedere che in talune circoscrizioni il numero dei
voti superi quello dei votanti. Incidenti del genere dipendono da
errori nella regia che non sempre il popolo è disposto ad avallare senza
batter ciglio. Comunque, dove gli addetti alla propaganda procedono con
maggiore accortezza, le cose si presentano pressappoco così. Cento per
cento: ecco la proporzione ideale, che rimane irraggiungibile come tutti
gli ideali. Ad essa tuttavia ci si può avvicinare proprio come nello
sport ci si approssima di alcune frazioni di secondo o di metro a
determinati record, parimenti irraggiungibili. Di quanto sia lecito
avvicinarsi dipende a sua volta da un insieme di complesse
considerazioni. Nei luoghi in cui la dittatura ha ormai consolidato la
propria posizione, il novanta per cento dei consensi sembrerebbe un
risultato troppo modesto. Un uomo su dieci sarebbe in cuor suo un
nemico: non si può pretendere che le masse accettino una cosa simile. E
invece, un totale di schede nulle o di voti contrari che si aggiri
attorno al due per cento sembra non solo tollerabile, ma addirittura
vantaggioso. Questo due percento non intendiamo però considerarlo
metallo di scarto e, in quanto tale, accantonarlo. Esso merita una
considerazione più attenta. È proprio tra gli scarti che oggi rinveniamo
le cose più stupefacenti.Gli organizzatori traggono un duplice
vantaggio da quei due voti: in primo luogo essi conferiscono
attendibilità agli altri novantotto in quanto attestano che ciascuno dei
votanti avrebbe potuto esprimersi come quel due per cento. Ogni voto
favorevole acquista così valore, autenticità e validità. Per le
dittature è importante dimostrare che con esse non è venuta meno la
libertà di dire no. Ed è questo uno dei più grandi complimenti che
possano essere rivolti alla libertà. Ma il nostro due per cento offre
anche un secondo vantaggio: tiene vivo quel movimento incessante di cui
le dittature hanno bisogno. Per questo le dittature si presentano sempre
come «partito», anche quando ciò è del tutto privo di senso. Il cento
per cento significherebbe l’ideale, con tutti i rischi che comporta il
raggiungimento di un traguardo. Ci si può addormentare anche sugli
allori della guerra civile. Sempre, dinanzi allo spettacolo di una
grande fraternità, bisogna chiedersi: dov’è il nemico? Coesioni di
questo genere sono al tempo stesso esclusioni – esclusioni di un terzo,
odiato, certo, e tuttavia indispensabile. La propaganda ha bisogno di
una situazione nella quale il nemico dello Stato, il nemico di classe,
il nemico del popolo sia già stato messo fuori combattimento e quasi
ridicolizzato, e però non sia ancora scomparso del tutto. Il semplice
consenso non basta alle dittature: per vivere esse hanno bisogno altresì
di incutere odio e, per conseguenza, di seminare il terrore. Sennonché,
quando i voti favorevoli sono il cento per cento, il terrore non ha più
ragione d’essere; non si incontrerebbero altro che giusti. Questo è il
secondo significato di quel due per cento. Dimostra che i buoni
rappresentano certo l’immensa maggioranza, ma che non sono del tutto al
riparo dal pericolo. Anzi, è legittimo supporre che, di fronte a una
unità di intenti così convinta, soltanto individui straordinariamente
caparbi abbiano deciso di opporsi. Si tratta questa volta di sabotatori
dell’urna elettorale –ma come non immaginarli disponibili a ben altre forme di sabotaggio, non appena se ne presenti l’occasione?