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mercoledì 29 agosto 2012

Elogio della profanazione

La secolarizzazione è una forma di rimozione, che lascia intatte le forze, che si limita a spostare da un luogo all’altro. Così la secolarizzazione politica di concetti teologici (la trascendenza di Dio come paradigma del potere sovrano) non fa che dislocare la monarchia celeste in monarchia terrena, ma ne lascia intatto il potere. La profanazione implica, invece, una neutralizzazione di ciò che profana. Una volta profanato, ciò che era indisponibile e separato perde la sua aura e viene restituito all’uso. Entrambe sono operazioni politiche: ma la prima ha a che fare con l’esercizio del potere, che garantisce riportandolo a un modello sacro; la seconda disattiva i dispositivi del potere e restituisce all’uso comune gli spazi che esso aveva confiscato.

I sei minuti piú belli della storia del cinema



Sancho Panza entra in un cinema di una città di provincia. Sta cercando Don Chisciotte e lo trova che sta seduto in disparte e fissa lo schermo. La sala è quasi piena, la galleria – che è una specie di loggione – è interamente occupata da bambini chiassosi. Dopo qualche inutile tentativo di raggiungere Don Chisciotte, Sancho si siede di malavoglia in platea, accanto a una bambina (Dulcinea?), che gli offre un lecca lecca. La proiezione è cominciata, è un film in costume, sullo schermo corrono dei cavalieri armati, a un tratto appare una donna in pericolo. Di colpo Don Chisciotte si alza in piedi, sguaina la sua spada, si precipita contro lo schermo e i suoi fendenti cominciano a lacerare la tela. Sullo schermo compaiono ancora la donna e i cavalieri, ma lo squarcio nero aperto dalla spada di Don Chisciotte si allarga sempre piú, divora implacabilmente le immagini. Alla fine dello schermo non resta quasi piú nulla, si vede soltanto la struttura di legno che lo sosteneva. Il pubblico indignato abbandona la sala, ma nel loggione i bambini non smettono di incoraggiare fanaticamente Don Chisciotte. Solo la bambina in platea lo fissa con riprovazione. 
 
Che cosa dobbiamo fare con le nostre immaginazioni? Amarle, crederci a tal punto da doverle distruggere, falsificare (questo è, forse, il senso del cinema di Orson Welles). Ma quando, alla fine, esse si rivelano vuote, inesaudite, quando mostrano il nulla di cui sono fatte, soltanto allora scontare il prezzo della loro verità, capire che Dulcinea — che abbiamo salvato — non può amarci. 

da "Profanazioni", di Giorgio Agamben

mercoledì 8 agosto 2012

Se la feroce religione del denaro divora il futuro

(...)
L´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca - coi suoi grigi funzionari ed esperti - ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede - la scarsa, incerta fiducia - che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (...). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia - non la futurologia - è la sola via di accesso al presente.

martedì 7 agosto 2012

L'ultimo capitolo della storia del mondo



I modi in cui ignoriamo qualcosa sono altrettanto e forse più importanti dei modi in cui lo conosciamo. Vi sono modi del non sapere - sbadataggini, disattenzioni, dimenticanze - che producono goffaggine e bruttura; ma di altri - la svagatezza del giovinetto di Kleist, la spezzatura incantata di un bambino - non ci stanchiamo mai di ammirare la compiutezza. La psicanalisi chiama rimozione un modo di ignorare che produce spesso effetti nefasti sulla vita di colui che ignora. Al contrario, chiamiamo bella una donna la cui mente sembra felicemente inconsapevole di un segreto di cui il suo corpo è perfettamente al corrente. Vi sono, dunque, modi riusciti di ignorarsi e la bellezza è uno di questi. E' possibile, anzi, che sia proprio il modo in cui riusciamo a ignorare a definire il rango di ciò che riusciamo a conoscere e che l'articolazione di una zona di non conoscenza sia la condizione - e, insieme, la pietra di paragone - di ogni nostro sapere. Se questo è vero, un catalogo ragionato dei modi e delle specie dell'ignoranza sarebbe altrettanto utile della classificazione sistematica delle scienze su cui si basa la trasmissione del sapere. Mentre, tuttavia, gli uomini riflettono da secoli su come conservare, migliorare e rendere più sicure le loro conoscenze, di un'arte dell'ignoranza mancano perfino i principi elementari. Epistemologia e scienza del metodo indagano e fissano le condizioni, i paradigmi e gli statuti del sapere, ma per come sia possibile articolare una zona di non conoscenza non vi sono ricette. Articolare una zona di non conoscenza non significa, infatti, semplicemente non sapere, non si tratta soltanto di una mancanza o un difetto. Significa, al contrario, tenersi nella giusta relazione con un'ignoranza, lasciare che un'inconoscenza guidi e accompagni i nostri gesti, che un mutismo risponda limpidamente per le nostre parole. O, per usare un vocabolario desueto, che ciò che ci è più intimo e nutriente abbia la forma non della scienza e del dogma, ma della grazia e della testimonianza. L'arte di vivere è, in questo senso, la capacità di tenersi in armonica relazione con ciò che ci sfugge. Anche il sapere si tiene, in ultima analisi, in rapporto con un'ignoranza. Ma lo fa nel modo della rimozione o in quello, più efficace e potente, della presupposizione. Il non sapere è ciò che il sapere presuppone come il paese inesplorato che si tratta di conquistare, l'inconscio è la tenebra in cui la coscienza dovrà portare la sua luce. In entrambi i casi qualcosa viene separato, per poi essere compenetrato e raggiunto. La relazione con una zona di non conoscenza veglia, al contrario, a che essa resti tale. E non per esaltarne l'oscurità, come fa la mistica, né per glorificarne l'arcano, come fa la liturgia. E nemmeno per riempirla di fantasmi, come fa la psicanalisi. Non si tratta di una dottrina segreta o di una scienza più alta, né di un sapere che non si sa. E' possibile, anzi, che la zona di non conoscenza non contenga proprio nulla di speciale, che, se si potesse guardarvi dentro, s'intravedrebbe soltanto - ma non è certo - un vecchio slittino abbandonato, soltanto - ma non è chiaro - il cenno scontroso di una bambina che ci invita a giocare. Forse non esiste nemmeno una zona di non conoscenza, esistono soltanto i suoi gesti. Come Kleist aveva capito così bene, la relazione con una zona di non conoscenza è una danza.