Goliarda Sapienza
Goliarda
Sapienza, Lettera aperta
Il male sta nelle parole che la
tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le
parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la
parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa
dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli
animali. E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli
di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi
più di quelle che l'uso quotidiano adopera con maggiore
frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà,
anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.
Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel "mio" contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima. E il mio odio crebbe giorno per giorno: l'odio di scoprirsi ingannati. Trovai le parole per uccidere Carmine. Trovai ciò che tutti i poeti sanno, che si può uccidere con le parole, oltre che con il coltello e il veleno.
Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel "mio" contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima. E il mio odio crebbe giorno per giorno: l'odio di scoprirsi ingannati. Trovai le parole per uccidere Carmine. Trovai ciò che tutti i poeti sanno, che si può uccidere con le parole, oltre che con il coltello e il veleno.
Goliarda Sapienza, L’arte della gioia
A Roma con la
borsa di studio fra le mani, che mi dava la prova tangibile che
ero diventata grande, senza capire che quei soldi erano il prezzo
che paga la società per prepararci a passare dalla parte dei guardiani del
campo, entrai nel compromesso, mi rattrappii nel servaggio di avere successo ai
loro occhi, di piacere. Credevo alla loro serietà e alla mia, e per vent’anni
rimasi anchilosata
a servirli a dire parole ambigue. A fare finta di non avere paura e a non
dormire per paura dei loro atti, delle loro decisioni che, come se le capissi e
approvassi incondizionatamente (come giuste e ragionevoli), mentre l’antico
terrore annidato nel mio sangue ancora bambino gridava la notte svegliandomi.
Riuscii a farlo tacere, ad imporgli la mia volontà di adulta: e cominciò una lotta
di vent’anni fra questo bambino e il grande conformista nascosto nelle mie vene,
nel mio intestino, riducendomi a una agonia che mi invadeva piano piano le
gambe, le mani, i pensieri, spingendomi alla morte vera, in clinica. Là mi
svegliai cadavere con quei due dentro di me che ancora lottavano e non
riuscivano a mettersi d’accordo. Davanti a tanta lotta cominciai a dubitare di
me, degli altri. Pensai di dover fare un po’ d’ordine, lavarmi la faccia,
soffiarmi
il naso, rovesciare il cassetto, mentendo o no.
Goliarda Sapienza, Lettera aperta
Hai
una casa qui, puoi sostare un poco. Hai trovato una cucina che almeno per
un'altra ora
ti terrà al caldo e ti darà il tempo di
ripensare la vita. Che cos'è la vita, se non ti
fermi un attimo a ripensarla?
Goliarda Sapienza, Il vizio di parlare a me stessa
La
vita è lotta, ribellione e sperimentazione, di questo ti deve entusiasmare
giorno per giorno e ora per ora. Vedi me, sono morto tante volte
combattendo, eppure sono qui con te tranquillo a ricordare e gioire delle mie
lotte, pronto a rinascere e ricominciare. Ricominciare – sussurra sorridendo
Jean dal grande schermo -, questo è il segreto, niente muore, tutto finisce e
tutto ricomincia, solo lo spirito della lotta è immortale, da lui solo sgorga
quella che comunemente chiamiamo Vita.
Goliarda Sapienza, Io, Jean Gabin
Io, che con Jean Gabin ho imparato ad amare le donne, mi trovo ora con la fotografia di
Margaret Tatcher davanti – sul giornale, beninteso, che da buona cittadina
postrivoluzione francese compro tutte le mattine -, e comincio a pensare che
qualcosa non è andato per il verso giusto in questi trent’anni di democrazia.
Jean Gabin non ne sapeva niente di lady di ferro, donne poliziotte, soldate,
culturiste. I suoi occhi azzurri – di Jean intendo – sognavano una donna che
fosse come un fiume, un grande fiume languido e vertiginoso che andava a
nutrire con le sue acque limpide il mare. Questo ho
imparato da lui, e per me la donna è sempre stata il mare. Intendiamoci, non un
mare delineato
da un’elegante
cornice dorata per fanatici del paesaggio, ma il mare segreto di vita,
avventura magnifica o disperata, bara e culla, sibilla muta e risposta sicura;
spazio immenso in cui misurare il coraggio di individualisti incalliti, ladri
al ricco e donatori al povero, tutti d’accordo su una precisa breve frase:
‘Sempre fuori da tutti i poteri costituiti’, soli, ma con l’orgoglio di sapere
la rettitudine che soltanto nell’outsider alligna.
Goliarda Sapienza, Io, Jean Gabin
Non sapevo che il buio
non è nero
Che il giorno non è bianco
Che la luce
acceca
E il fermarsi è correre
A ncora
di più
non è nero
Che il giorno non è bianco
Che la luce
acceca
E il fermarsi è correre
A ncora
di più
