
Quando io voto, io abdico al mio potere - cioè alla
possibilità che è in ciascuno di costituire con tutti gli altri un gruppo
sovrano che non ha nessun bisogno di rappresentanti - e affermo che noi, i
votanti, siamo sempre altri da noi stessi e che nessuno di noi può in alcun
caso abbandonare la serialità per il gruppo, se non per interposta persona.
Votare è senza dubbio, per il cittadino serializzato, dare il suo voto a un
Partito, ma è soprattutto votare per il voto, come dice Kravetz, cioè per
l'istituzione politica che ci mantiene nello stato d'impotenza seriale. (…)
L'elettore deve continuare a dormire e compenetrarsi della sua impotenza; così sceglierà dei Partiti che esercitino la loro autorità e non la sua. Così ciascuno, chiuso sul suo diritto di voto come il proprietario sulla sua proprietà, sceglierà i suoi padroni per quattro anni senza vedere che questo preteso diritto di voto non è che l'interdizione di unirsi agli altri per risolvere con la praxis i veri problemi.
(…)
In verità tutto è chiaro se si riflette e si arriva alla conclusione che la democrazia indiretta è una mistificazione. Si pretende che l'Assemblea eletta sia quella che riflette meglio l'opinione pubblica. Ma non c'è opinione pubblica che non sia seriale. L'imbecillità dei mass-media, le dichiarazioni del governo, la maniera parziale o monca in cui i giornali riflettono gli avvenimenti, tutto ciò viene a cercarci nella nostra solitudine seriale e ci zavorra di idee di pietra, fatte di ciò che noi pensiamo che gli altri pensino. Senza dubbio in fondo a noi stessi ci sono esigenze e proteste ma, invece di essere convalidate dagli altri, si annientano in noi lasciando dei «bleus à l'ame» e un senso di frustrazione. Così, quando ci chiamano a votare, io, io Altro, ho la testa farcita di idee pietrificate che la stampa e la televisione vi hanno accatastato e sono queste idee seriali che si esprimono col mio voto ma non sono le mie idee. L'insieme delle istituzioni della democrazia borghese mi sdoppia: ci sono io e tutti gli Altri che mi si dice che io sono (Francese, soldato, lavoratore, contribuente, cittadino, ecc.). Questo sdoppiamento ci fa vivere in quella che gli psichiatri chiamano una crisi d'identità perpetua. Insomma chi sono io? Un altro identico a tutti gli altri e abitato da questi pensieri d'impotenza che nascono dovunque e non sono pensieri in nessun posto, o sono me stesso? E chi vota? Io non mi riconosco più.
(…)
Votare, non votare… (…) Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce deliberatamente all'impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue risorse, di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta dappertutto le istituzioni.
(Jean-Paul Sartre «Les Temps Modernes», n. 318, gennaio 1973)
L'elettore deve continuare a dormire e compenetrarsi della sua impotenza; così sceglierà dei Partiti che esercitino la loro autorità e non la sua. Così ciascuno, chiuso sul suo diritto di voto come il proprietario sulla sua proprietà, sceglierà i suoi padroni per quattro anni senza vedere che questo preteso diritto di voto non è che l'interdizione di unirsi agli altri per risolvere con la praxis i veri problemi.
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In verità tutto è chiaro se si riflette e si arriva alla conclusione che la democrazia indiretta è una mistificazione. Si pretende che l'Assemblea eletta sia quella che riflette meglio l'opinione pubblica. Ma non c'è opinione pubblica che non sia seriale. L'imbecillità dei mass-media, le dichiarazioni del governo, la maniera parziale o monca in cui i giornali riflettono gli avvenimenti, tutto ciò viene a cercarci nella nostra solitudine seriale e ci zavorra di idee di pietra, fatte di ciò che noi pensiamo che gli altri pensino. Senza dubbio in fondo a noi stessi ci sono esigenze e proteste ma, invece di essere convalidate dagli altri, si annientano in noi lasciando dei «bleus à l'ame» e un senso di frustrazione. Così, quando ci chiamano a votare, io, io Altro, ho la testa farcita di idee pietrificate che la stampa e la televisione vi hanno accatastato e sono queste idee seriali che si esprimono col mio voto ma non sono le mie idee. L'insieme delle istituzioni della democrazia borghese mi sdoppia: ci sono io e tutti gli Altri che mi si dice che io sono (Francese, soldato, lavoratore, contribuente, cittadino, ecc.). Questo sdoppiamento ci fa vivere in quella che gli psichiatri chiamano una crisi d'identità perpetua. Insomma chi sono io? Un altro identico a tutti gli altri e abitato da questi pensieri d'impotenza che nascono dovunque e non sono pensieri in nessun posto, o sono me stesso? E chi vota? Io non mi riconosco più.
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Votare, non votare… (…) Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce deliberatamente all'impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue risorse, di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta dappertutto le istituzioni.
(Jean-Paul Sartre «Les Temps Modernes», n. 318, gennaio 1973)
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