lunedì 18 febbraio 2013

Asciata



Ogni qualvolta ci tocca leggere in un giornale o in un libro, che l'autore ha vissuto ai fianchi della plebe, per provare ch'egli è saputo in materia, un fiotto di rabbia ci scappa dal labbro. Bisogna averla avvicinata, esser disceso nel sottosuolo, saperne i costumi, le sofferenze, i digiuni, le ingiustizie. Bisogna aver vissuto con lei; aver riposato sullo stesso capezzale di granito o di paglia, aver indossato gli stessi cenci, essersi riscaldato al gran fuoco comune: il sole. Bisogna aver provato il pungolo della fame sotto il cielo inondato di luce, tra gli uccelli che si cibano liberamente innanzi alle risorse della natura; bisogna aver pianto tra un mondo di gente paffuta e allegra e brilla che passa e ripassa sotto agli occhi, quasi, insulto, quasi scherno alle budella che rumoreggiano sordamente.... Bisogna insomma aver attraversato tutte le vicissitudini che rappresentano la lunga catena del martirologio plebeo che di anello in anello va a lambire i piedi del boia. Fuori di questa condizione, non si possono dire sulla «canaglia» che menzogne, buaggini, asinerie; non si possono scrivere che romanzi. È del resto un pervertimento generale. Un giorno leggi gli orrori che desta un uomo che muore sul letto di una bagascia, quasi gli accidenti non potessero amoreggiare nei postriboli. Poi raccapricci alla narrazione di un ubbriaco, sul quale l'umano scrittore, con parole sdegnose, invoca la protezione della legge, per fare di un uomo onesto, un padre disonorato e un maritò perduto per sempre. Un altro giorno è la stupidissima società zoofila, che teneramente versa lagrime sulla groppa di un somaro e piange innanzi a un mulicidio o a un bovicidio o a un gatticidio, per poi cibarsi tra le pareti domestiche, di polli, di lepri, di tordi, di pesci, di manzo, di vitello, di maiale.... Un altro giorno ancora è una tirata contro un povero diavolo che spezzò il filo della vita per rispettare la roba altrui, citando ad esempio un Quasimodo per soprassello cieco, e un Uomo che Ride senza gambe, i quali perdurano coraggiosamente sul sentiero della miseria nera. Poi vengono i fulmini contro le innominabili scellerate Perdute, ch'escono dall'antro ad attentare alla castità degli uomini e a confondersi colle oneste. Capperi! Poi una requisitoria contro il selvaggiume dei mastini di pubblica sicurezza. Poi.... una pugnalata nella schiena di coloro che snudano crudelmente le turpezze sociali, chiamandoli immorali e peggio, quasi la flagellazione del vizio fosse il vizio stesso!... Ah! ah! Poi... Una menzogna continua.... L'ipocrisia che si cammuffa e siede trionfalmente sul trono della verità. Ma è tempo di spazzare le piazze di codesti farabutti, che sotto il manto del filantropo, di gente che darebbe il sangue pel benessere dei tribolati, si nasconde la feccia sociale, l'ulcera che infetta tutte le istituzioni. Sbarazziamoci di codesti bugiardi umanitaristi, ruffiani del popolo, che educano l'operaio all'egoismo del mutuo soccorso e suscitano in loro l'acre voglia di diventare proprietari di case, per ridurli tiranni alla loro volta delle classi misere. Riduciamo al silenzio codesti sciocchi predicatori, che bandiscono dall'alto dei teatri la pace, la fratellanza, solo per allietare le loro orecchie dei sonori battimani che ingenuamente prodiga loro una turba credulona. Abbominiamo tutto quel ciarpame di pennaiuoli, di latrinisti, di mascalzoni in cappello a cilindro che brucia l'incenso sulla bara dell'uomo che ha saputo mettere in serbo 100, 200, 800 mila, un milione, dieci milioni di lire, grazie a scandalose operazioni, per poscia scagliarsi contro il poveraccio che ha rubato venti centesimi di pane. Sputacchiamo in viso a tutti codesti miserabili — assassini mancati — che svillaneggiano pubblicamente la venditrice di deliri carnali, per poi andare da lei, di soppiatto, a saziare gli appetiti libidinosi. Ma non sono esse forse che salvano le vostre figlie e le vostre mogli dalla furia degli uomini? Smascheriamo quel branco di arfasatti che sbraita al vandalismo pei ricami fatti dall'edera su un marmo vetusto, per poscia rimanere muto come gli edifici che vorrebbe salvaguardati dalla tempesta del tempo e dalle maledizioni degli affamati, innanzi ai paria della società anonima, cui la scelleraggine degli azionisti ingrassati, considera ancora meno dei quadrupedi. Il pervertimento è del resto generale. Non si cerca già di prevenire il così detto delitto, ma di punirlo. Tutto l'ingegno degli omenoni sta nel civilizzare i mezzi di tortura, per non guadagnarsi la fama degli Arbuez. Ma tra questi e quelli quale differenza? Siamo sinceri. I Torquemada strozzavano il corpo con orribili ordigni, lo bollavano a fuoco, lo mutilavano anche, ma poi lo abbandonavano alle lingue gialle che rapide si innalzavano al cielo colle ceneri della vittima. Tutto era finito. I contemporanei del XIX secolo invece non ti buttano addirittura sul rogo. La vittima serve loro di giocattolo come il gomitolo di refe tra le zampe del micino. Non le lasciano mai vomitare l'ultimo buffo di vita. Leggete i codici vecchi e nuovi, compulsate la legge sulla Pubblica Sicurezza, penetrate negli anditi spaventevoli della questura, passate dal banco degli accusati della Pretura urbana a quello del Tribunale correzionale, per fermarvi nella gabbia della Corte d'assise; alloggiate nelle carceri cellulari e in tutte quell'altre case così dette di correzione; passate qualche anno a domicilio coatto, gustate le dolcezze del silenzio continuo in un ergastolo o del lavoro forzato in un bagno, e vi persuaderete che i primi valgono gli ultimi. Animati da questi principi, che non ci porteranno sicuramente fortuna, in questi tempi in cui la verità è impunemente schiaffeggiata, e senza alcuna velleità letteraria, poichè non desideriamo aggregarci a nessuna di quelle chiesuole che si acciuffano per questioni di campanilismo e gridano al parvenu, come i vecchi idealisti, il vade retro satana, pubblichiamo Gli Scamiciati, lavoro modesto, ma che riuscirà, speriamo, di una verità straziantemente vera. Sono lagrime raccolte, gemiti ascoltati, anatemi scagliati insieme; è l'odissea di una banda di ladruncoli che incomincia a discutere, a smelmarsi, insorgendo contro tutto questo mondo di vigliacchi che percote e vitupera, assassina e distrugge. È in una parola la detronizzazione della logica borghese. Ovvero sono gli straccioni che sbucano dalla cloaca per prender posto al banchetto della vita

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