Foto di
Roberto Landi
L'ombra
che ho frugato ormai non mi appartiene.
lo ho
la gioia duratura dell'albero,
l'eredità
dei boschi, il vento del cammino
e un
giorno deciso sotto la luce terrestre.
Non
scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per
accaniti apprendisti di giglio,
bensì
per semplici abitanti che chiedono
acqua
e luna, elementi dell'ordine immutabile,
scuole,
pane e vino, chitarre e arnesi.
Scrivo
per il popolo per quanto non possa
leggere
la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà
il momento in cui una riga, l'aria
che
sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e
allora il contadino alzerà gli occhi,
il
minatore sorriderà rompendo pietre,
l'operaio
si pulirà la fronte,
il
pescatore vedrà meglio il bagliore
di un
pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il
meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del
profumo del sapone guarderà le mie poesie,
e
queste gli diranno forse: «E' stato un compagno».
Questo
è sufficiente: questa è la corona che voglio.
Voglio
che all'uscita di fabbriche e miniere
stia
la mia poesia attaccata alla terra,
all'aria,
alla vittoria dell'uomo maltrattato.
Voglio
che un giovane trovi nella scorza
che io
forgiai con lentezza e con metalli
come
una cassa, aprendola, faccia a faccia,
la
vita, e affondandovi l'anima tocchi le raffiche che fecero
la mia
gioia, nell'altitudine tempesta.

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