mercoledì 22 agosto 2012

Eric Fromm

Oggi non produciamo più, in prima istanza,  per amore del profitto;  produciamo (e distruggiamo) per amore della produzione,  perché la produzione in quanto  tale  è  stata divinizzata.   L'uomo  moderno  è  affascinato dall'atto  del  produrre  quasi  quanto l'uomo delle altre culture era affascinato dai simboli religiosi. Noi viviamo all'interno di questa cultura e non ci rendiamo conto  che si tratta di un atteggiamento religioso. Il fascino della produzione ci  appare  del  tutto naturale,  in quanto non è formulato in termini religiosi.   Per religione  intendiamo  solo   il   cristianesimo   o l'ebraismo,  la croce o i riti liturgici. Poiché non ci accorgiamo che la produzione per amore della produzione è una vera religione,  non la definiamo  tale.  E tuttavia siamo profondamente affascinati dal fatto di essere al servizio di questo  meccanismo  produttivo.  Per  l'uomo moderno,   produrre   è   una  componente essenziale  del  quadro  di riferimento della sua esistenza e del proprio  oggetto  di  devozione: far  sì che gli oggetti diventino sempre più grandi e migliori,  e che ve ne siano sempre di più. Alla produzione fine a sé stessa corrisponde il problema del  consumo. Pare  che  consumiamo perché la cosa ci fa piacere.  Mangiamo un cibo perché è gustoso, compriamo una casa perché ci sembra bella e vorremmo andarci ad abitare.  Nel consumo vi è un aspetto del tutto realistico, legato  ai  nostri  bisogni e ai nostri piaceri.  Eppure sono convinto che,  come la produzione,  anche il consumo sia  divenuto  fine  a  se stesso.  Siamo così affascinati dalla possibilità di comprare oggetti, che non stiamo tanto a domandarci se essi siano effettivamente  utili. Il consumo fine a sé stesso è uno dei fattori psicologici sui quali si fonda la  nostra  economia.  Esso  è  incentivato  e  stimolato dalla pubblicità,  che fa affari d'oro applicando tale  consapevolezza  alla soluzione  del  problema  pratico di come vendere un certo prodotto al consumatore. Credo che la gente provi poco piacere nel comprare le cose che compra. L'unica cosa che conta è la rapidità con cui si  ottiene  qualcosa  di nuovo.   Oggi il paradiso è attrezzato con macchine e utensili,  e la gente possiede tutto il denaro necessario per comprare frigoriferi, televisori e le apparecchiature più nuove e sofisticate. Il potere d'acquisto è praticamente illimitato,  e ogni anno  esce  un nuovo  modello.  E'  probabile  che  in  paradiso si possa addirittura comprare un modello nuovo ogni giorno,  poiché questa è l'immagine che si  ha del paradiso.  Questa  fantasia  di condizione paradisiaca si traduce nella produzione di oggetti a un ritmo sempre più rapido,  per arrivare  ad  avere  tutto  quello  che  nella vita reale non sarà mai possibile ottenere. Di fatto tutto può essere comprato. Non accade più di essere perseguitati giorno dopo giorno dal miraggio di qualcosa che potremo comprare solo tra un anno o due: c'è già tutto.

Non sto scherzando,  penso che le cose stiano proprio così;  solo  che questo  modo  di consumare non rientra nella nostra idea religiosa di paradiso,  che abbiamo riservato alle forme esplicitamente  religiose. Questa  disponibilità  all'acquisto,  questo  anelito  religioso verso l'infinità di oggetti di cui possiamo entrare in possesso,  nonché  il piacere  quasi orgiastico che proviamo di fronte all'abbondanza degli oggetti che possiamo comprare, non si manifesta solo nei confronti dei nuovi modelli,  ma anche nel nostro atteggiamento complessivo.  Siamo diventati consumatori di tutto: scienza,  arte,  conferenze,  amore. E l'atteggiamento è sempre lo stesso:  io  pago,  e  in  cambio  ottengo qualcosa;  anzi, ho diritto a ottenerlo senza sforzarmi troppo, poiché non si tratta che di uno scambio tra oggetti che compro e oggetti  che mi  vengono  dati.  Lo stesso atteggiamento consumistico si rileva per certi  versi  in  numerosi  fenomeni  analoghi:  quando   gli   uomini affrontano  l'arte,  la scienza,  l'amore,  lo  fanno  con  lo stesso atteggiamento con cui comprano l'ultimo modello.
Al posto del concetto tradizionale di lavoro  inteso  come  esperienza gratificante, o come dovere, sono subentrate due caratteristiche della religione  attuale:  l'adorazione  della produzione e l'adorazione del consumo.  Nessuna di esse ha il benché minimo rapporto con una  realtà capace di dare un senso all'esistenza umana.

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