lunedì 8 aprile 2013

Maurice Leblanc

Strano viaggio! Era cominciato così bene, tuttavia! Da parte mia, non ne feci mai uno che si annunciasse sotto migliori auspici. La Provence è un transatlantico veloce, confortevole, comandato dal più affabile degli uomini. La migliore società vi si trovava riunita. Si formavano relazioni, si organizzavano divertimenti. Avevamo la squisita impressione di essere separati dal mondo, ridotti nel numero come su un’isola sconosciuta, obbligati, di conseguenza, ad avvicinarci gli uni agli altri. E noi ci avvicinavamo... Avete mai pensato a ciò che vi è di originale e d’imprevisto in questo raggruppamento di individui che, il giorno prima, ancora non si conoscevano, e che, durante alcuni giorni, tra il cielo infinito e il mare immenso, vivranno la vita più intima, sfideranno insieme le collere dell’oceano, l’assalto terrificante delle onde e la calma sorniona dell’acqua dormiente? In fondo, è la vita stessa vissuta in una sorta di tragico compendio, con le sue tempeste e le sue grandezze, la sua monotonia e la sua diversità, ed ecco perché, forse, si gusta con una fretta febbrile e una voluttà altrettanto intensa questo breve viaggio di cui s’intravede la fine dal momento stesso in cui comincia.Ma, da parecchi anni, avviene qualcosa che aumenta in modo singolare le emozioni della traversata. La piccola isola galleggiante dipende ancora da questo mondo da cui ci si credeva affrancati. Un legame sussiste, che si snoda solo a poco a poco, in pieno oceano, e a poco a poco, in pieno oceano, si riannoda. Il telegrafo senza fili! Chiamate di un altro universo da dove si riceverebbero notizie nel modo più misterioso che vi sia! L’immaginazione non possiede più la risorsa di evocare fili di ferro nel cui cavo scorre l’invisibile messaggio. Il mistero è ancora più insondabile, anche più poetico, e occorre far ricorso alle ali del vento per spiegare questo nuovo miracolo.Così, durante le prime ore, ci sentimmo seguiti, scortati, preceduti da questa voce lontana che, di tanto in tanto, sussurrava a uno di noi alcune parole di laggiù. Due amici mi parlarono. Altri dieci, altri venti inviarono a noi tutti, attraverso lo spazio, i loro addii rattristati o sorridenti. Ora, nel secondo giorno, a cinquecento miglia dalle coste francesi, in un pomeriggio tempestoso, il telegrafo senza fili ci trasmetteva un dispaccio di cui ecco il tenore: Arsène Lupin a bordo, prima classe, capelli biondi, ferita avambraccio destro, viaggia solo, sotto il nome di R...In quel preciso momento, un tuono violento scoppiò nel cielo scuro. Le onde elettriche furono interrotte. Il resto del dispaccio non ci pervenne. Del nome sotto il quale si celava Arsène Lupin si seppe solo l’iniziale. Se si fosse trattato di qualunque altra notizia, non dubito che il segreto sarebbe stato mantenuto scrupolosamente dagli impiegati del telegrafo, come pure dal commissario di bordo e dal comandante. Ma è uno di quegli eventi che sembrano forzare la discrezione più rigorosa. Lo stesso giorno, senza che si potesse dire come la notizia fosse stata divulgata, sapevamo tutti che il famoso Arsène Lupin si nascondeva tra noi. Arsène Lupin tra noi! L’inafferrabile ladro di cui si raccontavano da mesi le prodezze in tutti i giornali! L’enigmatico personaggio con cui il vecchio Ganimard, il nostro migliore poliziotto, aveva impegnato quel duello mortale, le cui peripezie si svolgevano in modo tanto pittoresco! Arsène Lupin, il gentiluomo stravagante che opera soltanto nei castelli e nei salotti, e che, una notte in cui era entrato dal barone Schormann, ne era uscito a mani vuote lasciando il suo biglietto da visita, su cui aveva scritto la frase seguente: “Arsène Lupin, ladro gentiluomo, tornerà quando i mobili saranno autentici”. Arsène Lupin, l’uomo dai mille travestimenti: di volta in volta autista, tenore, bookmaker, ragazzo di buona famiglia, adolescente, vecchio, commesso viaggiatore marsigliese, medico russo, torero spagnolo! Che ci si renda conto di questo: Arsène Lupin che va e viene nel quadro relativamente ristretto di un transatlantico, che dico! In questo piccolo angolo delle prime classi dove ci si ritrova in ogni momento, in questa sala da pranzo, in questo salotto, in questo fumoir! Arsène Lupin, era forse quel signore..., oppure quello..., il mio vicino di tavolo..., il mio compagno di cabina... “E questo durerà ancora per cinque giorni”, esclamò miss Nelly Underdown, “ma è intollerabile! Spero bene che l’arrestino.” E rivolgendosi a me: “Vediamo, lei, signor d’Andrésy, che è in ottimi rapporti col comandante, non sa nulla?” Io avrei voluto certamente sapere qualcosa per compiacere miss Nelly! Era una di quelle magnifiche creature che, ovunque siano, occupano subito il posto più in vista. La loro bellezza, come la loro fortuna, affascina. Hanno una corte di appassionati, di entusiasti. Cresciuta a Parigi da madre francese, raggiungeva suo padre, il ricchissimo Underdown di Chicago. L’accompagnava una sua amica, lady Jerland. Sin dalla prima ora, avevo posto la mia candidatura per un flirt, ma nell’intimità rapida del viaggio, il suo fascino mi aveva subito turbato, e mi sentivo un po’ troppo emozionato per un flirt quando i suoi grandi occhi neri incontravano i miei. Tuttavia, lei accoglieva i miei omaggi con un certo favore. Le piaceva ridere alle mie battute e interessarsi ai miei aneddoti. Una vaga simpatia sembrava corrispondere alla premura che le testimoniavo. Un solo rivale, forse, mi avrebbe preoccupato, un giovane abbastanza bello, elegante, riservato, del quale lei sembrava a volte preferire l’umore taciturno ai miei modi più “in apparenza” di parigino. Faceva parte appunto del gruppo di ammiratori che circondava miss Nelly, quando lei mi pose la domanda. Eravamo sul ponte, piacevolmente seduti sulle sedie a dondolo. La tempesta del giorno prima aveva rischiarato il cielo. L’ora era deliziosa. “Io non so niente di preciso, signorina”, le risposi, “ma non ritiene possibile che potremmo condurre l’inchiesta noi stessi, così bene come farebbe il vecchio Ganimard, il nemico personale di Arsène Lupin?” “Oh! Oh! Lei si spinge un po’ troppo oltre!” “In che cosa? Il problema è così complicato?” “Molto complicato.” “Lei dimentica gli elementi che abbiamo per risolverlo.” “Quali elementi?“1. Lupin si fa chiamare signor R...” “È un indizio un po’ vago.” “2. Viaggia da solo.” “Se questo particolare le basta.” “3. È biondo.” “E allora?” “Allora non dobbiamo fare altro che consultare la lista dei passeggeri e procedere per eliminazione.” Avevo la lista in tasca. La presi e le diedi una scorsa. “Noto in primo luogo che ci sono soltanto tredici persone con l’iniziale che si pone alla nostra attenzione.” “Soltanto tredici?” “In prima classe, sì. Su questi tredici signori R..., come lei se ne può assicurare, nove sono accompagnati da donne, bambini o domestici. Restano quattro persone da sole: il marchese de Raverdan...” “Segretario d’ambasciata”, interruppe miss Nelly, “io lo conosco.” “Il maggiore Rawson...” “È mio zio”, disse qualcuno. “Il signor Rivolta...” “Presente”, gridò uno fra noi, un italiano la cui faccia spariva sotto la barba del più bel nero. Miss Nelly scoppiò a ridere. “Il signore non è precisamente biondo.” “Allora”, continuai, “siamo costretti a concludere che il colpevole sia l’ultimo della lista.”“Cioè?” “Cioè il signor Rozaine. Qualcuno conosce il signor Rozaine?” Tacquero. Ma miss Nelly, interpellando il giovane taciturno la cui assiduità accanto a lei mi tormentava, gli chiese: “Ebbene, signor Rozaine, non risponde?” Si voltarono verso di lui. Era biondo. Confesso di aver sentito come un piccolo shock dentro di me. E il silenzio imbarazzato che pesò su di noi mi indicò che anche gli altri presenti provavano questa specie di soffocamento. Era assurdo, d’altronde, poiché nulla nei comportamenti di questo signore permetteva di sospettarlo. “Perché non rispondo?”, disse. “Ma perché, visti il mio nome, la mia qualità di viaggiatore isolato e il colore dei miei capelli, ho già iniziato un’inchiesta analoga e sono arrivato allo stesso risultato. Sono dunque del parere che mi arrestino.” Aveva un’aria buffa, pronunciando queste parole. Le labbra sottili come due righe inflessibili si assottigliarono ancora e impallidirono. Fili di sangue striarono i suoi occhi. Di certo, scherzava. Eppure, la sua fisionomia, il suo atteggiamento ci impressionarono. Ingenuamente, miss Nelly chiese: “Ma lei non presenta una ferita?” “È vero”, disse, “la ferita manca.” Con un gesto nervoso, si tirò su la manica e scoprì il braccio. Ma subito mi colpì un’idea. I miei occhi incrociarono quelli di miss Nelly: aveva mostrato il braccio sinistro. E, in fede mia, stavo per farlo certamente notare, quando un incidente sviò la nostra attenzione. Lady Jerland, l’amica di miss Nelly, giungeva di corsa. Era sconvolta. Si prodigarono attorno a lei, e solo dopo molti sforzi riuscì a balbettare: “I miei gioielli, le mie perle!... Hanno preso tutto!...” No, non avevano preso tutto, come si seppe in seguito; cosa molto più curiosa: avevano scelto! Dalla stella di diamanti, dai ciondoli di rubini a cabochon, dalle collane e dai braccialetti frantumati, avevano portato via non le pietre più grosse, ma le più fini, le più preziose, quelle, si sarebbe detto, che avevano maggiore valore ed erano meno appariscenti. Le montature stavano lì, sul tavolo. Le vidi, tutti le vedemmo, spogliate dei loro gioielli come fiori a cui avessero strappato i bei petali scintillanti e colorati.E per eseguire tale lavoro durante l’ora in cui lady Jerland prendeva il tè, sarebbe occorso, in pieno giorno e in un corridoio frequentato, rompere la porta della cabina, trovare una borsetta celata di proposito in fondo a una cappelliera, aprirla e scegliere! Non vi fu che un grido tra noi. Non vi fu che un’opinione tra tutti i passeggeri, quando si seppe del furto: è Arsène Lupin.

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