
Noi che siamo figli di contadini poveri abbiamo la schiena curva fin da piccoli a forza di cercare di portare carichi pesanti come quelli degli adulti. Già, e perché poi non dovremmo riuscirci, visto che possiamo indossare i loro abiti smessi e usare le parole che loro non usano più? Ci fanno anche male le cosce dallo sforzo di camminare con i passi lunghi come quelli dei grandi. Certo, è faticoso essere come i grandi ma che altra scelta ci resta, visto che non ci è mai stato possibile essere bambini?
Non abbiamo quasi mai potuto giocare come gli altri perché i nostri genitori non potevano permettersi il lusso di lasciarci giocare. I contadini poveri non possono neppure permettersi di assumere un garzone. E’ per questo che fin dalla nascita ci educano a diventare garzoni. Degli sconosciuti si chinano su di noi e sussurrano: Questo sarà un ottimo garzone, oppure Questa sarà una buona serva. E se qualche volta ci capita di giocare, quasi di certo giocheremo a fare i garzoni: ci attacchiamo a un carretto e lo trasciniamo, con il suo eterno carico, fino al fienile, alla stalla o alle scuderie, curvi per lo sforzo, protestando in silenzio ma sempre obbedendo: è l’obbedienza la prima cosa che ci hanno fatto imparare, l’obbedienza ai piccoli campi sabbiosi, alle zolle coperte di muschio e l’obbedienza alla Banca Commerciale Svedese. Quello che nel gioco fa il carrettiere ci picchia con la frusta e questo ci piace perché ci fa imparare a diventar grandi alla svelta.
Dopo la scuola, abbiamo sempre fretta di tornare a casa. Mille faccende ci aspettano: le patate da pulire, i paletti da piantare, le cime delle carote da tagliare, le vacche da portare alla monta. Tutti gli anni, nel periodo della raccolta delle patate, ci ammaliamo e siamo costretti a rimanere a casa da scuola due o tre giorni. Per i figli dei contadini poveri questa è una malattia incurabile. Quando, dopo la malattia, torniamo a scuola, i figli dei contadini più ricchi e quelli degli operai delle fabbriche ci sussurrano all’orecchio, ma a voce abbastanza alta che anche il maestro possa sentire, che passando dalla strada ci hanno visto a carponi nel campo di patate. Non è vero, non possono averci visto perché noi ci buttiamo sempre lunghi distesi tra i solchi quando i bambini che hanno il diritto di essere bambini passano per la strada. Ma a parte questo quel che dicono è la verità. E’ impossibile nascondere la vera natura della nostra malattia perché non abbiamo mai le mani pulite in autunno. Sfreghiamo e grattiamo col bruschino ma la terra d’ottobre rimane dov’è, nelle pieghe delle nocche e intorno alle unghie.
No, non siamo come gli altri bambini, ma non è questa la cosa più importante. La cosa più importante è smettere di essere bambini il più presto possibile. Se qualche bambino vero ci viene a trovare e vuole giocare ai suoi giochi, proviamo vergogna, lo portiamo dietro una rimessa dove nessuno ci può vedere e lì giochiamo ai suoi giochi infantili. Naturalmente non giochiamo bene, inciampiamo saltando la corda e tiriamo le biglie troppo forte. Per questo i nostri compagni di gioco non tornano più, si stufano presto di noi, dicono che siamo imbranati e scemi. Ed è vero, insieme a loro ci sentiamo anche noi così. Per questo siamo contenti quando se ne vanno, anche se sappiamo che non si faranno più vedere.
E’ soltanto quando siamo soli che siamo capaci di giocare, soltanto allora possiamo credere che la nostra goffaggine sparisca, e anche la nostra stupidità. Per i figli dei contadini poveri non c’è che un gioco ed è quello che ci permette di sopportare tutto senza piangere. Giochiamo a fare i grandi e così possiamo dimenticare che siamo costretti ad esserlo per davvero. Camminiamo come loro, mangiamo come loro e bestemmiamo come loro. Non sarà bello, ma è indispensabile. Tutto ciò che è indispensabile dobbiamo impararlo. Ma perché ciò che è indispensabile non sia troppo brutto e sgradevole, dobbiamo far finta che sia bello. Non è poi così difficile. D’estate anzi è addirittura facile, quando non ci sono in giro altri bambini a farci sentire la nostra mancanza di libertà. Certo, li vediamo da lontano, dai campi. Li vediamo passare sulla strada in bicicletta, liberi come uccelli, oppure nuotare nei torrenti attorno ai pontoni, liberi come pesci, ma per fortuna non succede mai che qualcuno di loro si spinga fino a noi per tentarci con la sua libertà. Tanto lo sanno già che non servirebbe a niente e poi non è un granché divertente la nostra compagnia. Le mani sporche di terra, le spine nelle dita, con un costante senso di colpa se non abbiamo un forcone o un rastrello in mano, e per di più senza bicicletta né quattrini in tasca.
Eppure i figli dei contadini poveri non sono poi così privi di libertà come credono quelli che sono liberi. Giochiamo ad essere liberi e in questo modo lo diventiamo. Quando rastrelliamo la sponda dei fossi non è certo per raccogliere quel po’ di fieno striminzito. No davvero, è che siamo a caccia di serpenti. I più velenosi dell’Africa e dell’India. E quando si mietono i campi di segale tratteniamo il fiato dalla tensione ogni volta che sentiamo lo sferragliare della mietitrice. Un enorme animale ci sta inseguendo per divorarci. Ma il momento più emozionante è quando, all’ultimo giro, non resta più che un piccolo quadrato di segale da mietere. E’ là che si sono rifugiati gli ultimi topi del campo, lo sappiamo, e tremano per la loro miserabile vita. Noi, piccoli legatori di covoni, piccoli portatori dalle unghie sanguinanti, li facciamo diventare molto più grandi di quel che sono, li trasformiamo nei più terrificanti mostri della giungla: tigri o puma ruggenti. Ma dove siamo più felici è sempre nell’oscurità del fienile, quando il fieno sale e sale e ci spinge, noi piccoli pigiatori, verso l’alto, verso i chiodi pericolosi che sporgono dalle travi del soffitto. Sommersi da ondate di fieno, che dobbiamo calpestare per farcene stare il più possibile, facciamo finta che sia acqua. Siamo naufraghi in un mare in tempesta, è buio, sopra le nostre teste ribollono le onde, una via l’altra. Ma noi riusciamo sempre a salvarci, invincibili ai nostri occhi, anche se non lo siamo a quelli del mondo.
E’ così che i figli dei contadini poveri trasformano la loro povera vita in qualcosa di grande e diventano eroi di drammi che si sono creati da sé. Ed è così che deve essere: quanto più misera e priva di libertà è la vita che siamo costretti a vivere, tanto più forti diventano le fantasticherie di una vita diversa, una vita di libertà e di gloria. No, non è davvero il caso di compatirci quando giochiamo. E’ quando perdiamo la capacità gi giocare che siamo da compatire. Quando ci rendiamo davvero conto di ciò che siamo. Allora vorremmo piangere.
E ogni tanto, naturalmente, siamo costretti a rendercene conto. In classe, dai bisbigli dei compagni dopo che abbiamo marinato la scuola in ottobre per via delle patate, o in quegli interminabili intervalli in cui cerchiamo di nascondere il meglio possibile i nostri miserabili panini dietro lo zaino, oppure quando ci accorgiamo che comincia a diffondersi la voce che a casa nostra ci sono i pidocchi. Tuttavia queste sono cose che riusciamo a superare. Nella libertà del fienile o nella libera oscurità del pagliaio le dimentichiamo, quasi completamente. Ma un giorno accadrà qualcosa che non riusciremo più a dimenticare, un giorno saremo rimessi al nostro posto in modo così definitivo che, per molto tempo, forse per sempre, non potremo più sfuggire a noi stessi neanche coi giochi.
Per me, Siri e Sixten questo accade un pomeriggio d’estate. Un’estate di sole infuocato. Fa caldo e secco, l’erba gialla scotta sotto i piedi. Ma noi preferiamo lasciarci scottare i piedi piuttosto che mettere gli zoccoli. L’acqua cala nel torrente, il pozzo si prosciuga, all’orizzonte brucia un bosco. Il fumo bianco dell’incendio è l’unica nuvola dell’estate. Il grano si affloscia nella calura e i campi fumano al minimo alito di vento. La strada è piena di mucche che sfregano il muso sulla ghiaia, muggendo dalla sete. Dovrebbero stare nel bosco, ma nel bosco non c’è acqua. Per questo se ne tornano pigramente a casa verso l’ora di pranzo, i campanacci che suonano a morto nella calura estiva. Al mattino nel bosco ce le abbiamo portate noi, raggianti sulle nostre biciclette prese in prestito, veri cow-boy con fruste di betulla e la gamba destra piegata sotto la canna. Ora le facciamo entrare nel cortile e poi tiriamo su l’acqua del pozzo.
Mentre le vacche si accalcano attorno alle botti vicino al pozzo, vediamo sulla strada, al di là del letamaio, tra la scuderia e la stalla, arrivare un’automobile, bella, lustra, seguita da una lunga scia di polvere. Per vederla meglio, dato che ci piace molto veder passare le belle automobili che sfrecciano a gran velocità, ci mettiamo tutti e tre sul ciglio della strada fuori dal cancello stretti l’uno contro l’altro. Il radiatore luccica, il motore romba, sul tetto c’è un grande baule bianco. Una volta anche noi siamo andati in macchina. A un funerale. Quando è più vicina vediamo che si tratta di un’automobile di Stoccolma. Noi a Stoccolma non ci siamo mai stati, ne abbiamo soltanto sentito parlare. Ma proprio nell’attimo in cui l’auto ci passa davanti sentiamo un rumore alle nostre spalle, un rumore di zoccoli sulla ghiaia, e ci accorgiamo che abbiamo lasciato il cancello aperto e che Rosa, quella stupida vacca, si sta dirigendo dritta verso la strada. Restiamo lì come paralizzati, non c’è niente da fare, l’inevitabile non può che accadere. Il signore di Stoccolma fa quel che può ma crash – il corno di Rosa incide un lungo graffio sulla vernice.
Sarebbe il momento di filarcela. Le gambe spasimano dal desiderio, ma quando proviamo non ce la facciamo nemmeno a muoverci. Rimaniamo lì sempre paralizzati a guardare l’auto che si ferma davanti a noi. La polvere si posa, non c’è niente dietro cui nasconderci. Il graffio fatto dal corno di Rosa cresce e si ingrandisce, si ingrandisce sempre più sotto ai nostri occhi. Un lungo attimo trascorre senza che si oda un suono, il graffio continua a crescere, noi, pur non facendo niente, ci ritroviamo zuppi di sudore. Il signore di Stoccolma ci starà sicuramente guardando dal finestrino, ma non osiamo alzare lo sguardo così in su. Teniamo gli occhi bassi, sempre più bassi, finché non vediamo altro che la ghiaia sotto la macchina. Allora il signore di Stoccolma scende, è alto e vestito di bianco. La portiera si richiude rumorosamente. Ora è in piedi in mezzo alla strada, ha le scarpe bianche. Le sue scarpe sono l’unica cosa che osiamo guardare. Scarpe del genere non ne avevamo mai viste; sfiorano leggermente la ghiaia alzando un po’ di polvere e improvvisamente si girano dall’altra parte.
Solo allora osiamo alzare lo sguardo. Sì, il signore di Stoccolma ci volta le spalle, e la testa l’ha inclinata per esaminare meglio il graffio. Non dice niente, ci volta solo le spalle. Ed è questa la cosa strana, incomprensibile. E’ come se noi non esistessimo. Il signore di Stoccolma indietreggia di due passi verso di noi, sicuramente per poter vedere ancora meglio il graffio e noi continuiamo a non esistere. Ancora un po’ e ci calpesterà; indietreggiamo, stringendoci contro lo steccato. Abbiamo paura di prenderle, come al solito, ma in realtà non è questo che ci fa paura. Quel che più ci spaventa è qualcos’altro, è che il signore di Stoccolma non ci rivolga neanche una parola, che non ci dia il diritto di esistere.
Eppure è proprio ciò che accade. Continuando a voltarci le spalle il signore di Stoccolma si sfrega le mani, proprio come se si fossero sporcate, proprio come se ci avesse toccato. E’ un rumore quello che non potremo mai dimenticare. E quel che poi vediamo anche non lo potremo mai dimenticare. In macchina, sul sedile anteriore, è seduta una bambina che ha la nostra stessa età, ma è l’unica cosa che abbia in comune con noi. E’ pallida ed elegante, e ha l’aria che hanno quelli che possono andarsene in giro in macchina tutti i giorni. Porta in testa un cappello bianco. Improvvisamente ci rendiamo conto che ci sta osservando; dev’essere seduta un po’ più in alto di noi, ma non così in alto come ci verrebbe da credere. Abbiamo l’impressione che dovremmo piegare il collo del tutto all’indietro per poterla vedere, e vederla dobbiamo a tutti i costi. C’è un vetro tra lei e noi, e una distanza incolmabile. Una volta siamo andati in città e ci siamo fermati a guardare le vetrine. C’erano tante cose che ci sembravano belle, ma non si poteva entrare. Era la stessa sensazione di adesso. Eravamo là ma non c’eravamo, c’era soltanto la vetrina.
Poi il signore di Stoccolma si siede in macchina, non ci guarda affatto e lascia girare il motore. Ma prima che l’auto parta la bambina tutta bianca abbassa il vetro del finestrino. Crediamo che lo faccia per poterci vedere meglio, ma non è così. Vuota un portacenere sulla strada, non ci rivolge neanche più uno sguardo e l’automobile se ne va. Allora ci rendiamo conto che i pali della staccionata ci fanno male, ci stacchiamo, le nostre camicie sono sporche di rosso sulla schiena. Sulla ghiaia in mezzo alla strada è rimasto un sigaro acceso, sa di città e di bella gente, un misto di prete e di padrone. Rimaniamo per un po’ in piedi sulla strada intorno al sigaro, come se fosse un falò, lasciando che il fumo solletichi le nostre rozze narici di contadini. Neanche adesso esistiamo, solo il sigaro esiste. Vediamo arrivare una macchina e prima che si avvicini spegniamo il sigaro coi piedi nudi, io per primo perché sono il più grande, ultima Siri perché è una femmina. Poi rientriamo nel cortile; non è di Stoccolma la macchina in arrivo. E’ una macchina di Gävle.
Nel cortile però c’è Rosa che si strofina il muso contro un carretto. Allora prendiamo una catena e cominciamo a picchiarla e a picchiarla finché non si mette a correre, finché non sparisce sgroppando verso i lillà. Non la inseguiamo più, buttiamo via la catena che cade sull’erba bruciata con un tonfo sordo. La verità è che abbiamo scoperto una cosa. Picchiare Rosa non è servito a niente. Ma abbiamo scoperto anche qualcos’altro; niente ci può aiutare contro ciò che sappiamo, contro la consapevolezza di non essere e di non poter essere altro che tre merdosi bambini poveri vestiti con la tuta da lavoro di qualcun altro, tre figli di infimi contadini, la cosa più infima che ci sia al mondo…
Certo andiamo insieme nel pagliaio, ma in cima al fieno ci scaviamo tre grotte separate. Rimaniamo sdraiati lì, al buio, a succhiare le punte salate del fieno, mentre passa l’ora del pranzo, mentre passa il pomeriggio, mentre nel cortile le vacche muggiscono dalla sete, mentre i grandi, la falce in spalla, aprono tutte le porte gridando i nostri miserabili nomi. Ma noi non ci accorgiamo di niente. Tutto quel che vediamo e sentiamo è un’auto di Stoccolma che si allontana sfrecciando su una lunga strada dritta con un baule sul tetto, e in quel baule la nostra nostalgia e la nostra vergogna.
Non abbiamo quasi mai potuto giocare come gli altri perché i nostri genitori non potevano permettersi il lusso di lasciarci giocare. I contadini poveri non possono neppure permettersi di assumere un garzone. E’ per questo che fin dalla nascita ci educano a diventare garzoni. Degli sconosciuti si chinano su di noi e sussurrano: Questo sarà un ottimo garzone, oppure Questa sarà una buona serva. E se qualche volta ci capita di giocare, quasi di certo giocheremo a fare i garzoni: ci attacchiamo a un carretto e lo trasciniamo, con il suo eterno carico, fino al fienile, alla stalla o alle scuderie, curvi per lo sforzo, protestando in silenzio ma sempre obbedendo: è l’obbedienza la prima cosa che ci hanno fatto imparare, l’obbedienza ai piccoli campi sabbiosi, alle zolle coperte di muschio e l’obbedienza alla Banca Commerciale Svedese. Quello che nel gioco fa il carrettiere ci picchia con la frusta e questo ci piace perché ci fa imparare a diventar grandi alla svelta.
Dopo la scuola, abbiamo sempre fretta di tornare a casa. Mille faccende ci aspettano: le patate da pulire, i paletti da piantare, le cime delle carote da tagliare, le vacche da portare alla monta. Tutti gli anni, nel periodo della raccolta delle patate, ci ammaliamo e siamo costretti a rimanere a casa da scuola due o tre giorni. Per i figli dei contadini poveri questa è una malattia incurabile. Quando, dopo la malattia, torniamo a scuola, i figli dei contadini più ricchi e quelli degli operai delle fabbriche ci sussurrano all’orecchio, ma a voce abbastanza alta che anche il maestro possa sentire, che passando dalla strada ci hanno visto a carponi nel campo di patate. Non è vero, non possono averci visto perché noi ci buttiamo sempre lunghi distesi tra i solchi quando i bambini che hanno il diritto di essere bambini passano per la strada. Ma a parte questo quel che dicono è la verità. E’ impossibile nascondere la vera natura della nostra malattia perché non abbiamo mai le mani pulite in autunno. Sfreghiamo e grattiamo col bruschino ma la terra d’ottobre rimane dov’è, nelle pieghe delle nocche e intorno alle unghie.
No, non siamo come gli altri bambini, ma non è questa la cosa più importante. La cosa più importante è smettere di essere bambini il più presto possibile. Se qualche bambino vero ci viene a trovare e vuole giocare ai suoi giochi, proviamo vergogna, lo portiamo dietro una rimessa dove nessuno ci può vedere e lì giochiamo ai suoi giochi infantili. Naturalmente non giochiamo bene, inciampiamo saltando la corda e tiriamo le biglie troppo forte. Per questo i nostri compagni di gioco non tornano più, si stufano presto di noi, dicono che siamo imbranati e scemi. Ed è vero, insieme a loro ci sentiamo anche noi così. Per questo siamo contenti quando se ne vanno, anche se sappiamo che non si faranno più vedere.
E’ soltanto quando siamo soli che siamo capaci di giocare, soltanto allora possiamo credere che la nostra goffaggine sparisca, e anche la nostra stupidità. Per i figli dei contadini poveri non c’è che un gioco ed è quello che ci permette di sopportare tutto senza piangere. Giochiamo a fare i grandi e così possiamo dimenticare che siamo costretti ad esserlo per davvero. Camminiamo come loro, mangiamo come loro e bestemmiamo come loro. Non sarà bello, ma è indispensabile. Tutto ciò che è indispensabile dobbiamo impararlo. Ma perché ciò che è indispensabile non sia troppo brutto e sgradevole, dobbiamo far finta che sia bello. Non è poi così difficile. D’estate anzi è addirittura facile, quando non ci sono in giro altri bambini a farci sentire la nostra mancanza di libertà. Certo, li vediamo da lontano, dai campi. Li vediamo passare sulla strada in bicicletta, liberi come uccelli, oppure nuotare nei torrenti attorno ai pontoni, liberi come pesci, ma per fortuna non succede mai che qualcuno di loro si spinga fino a noi per tentarci con la sua libertà. Tanto lo sanno già che non servirebbe a niente e poi non è un granché divertente la nostra compagnia. Le mani sporche di terra, le spine nelle dita, con un costante senso di colpa se non abbiamo un forcone o un rastrello in mano, e per di più senza bicicletta né quattrini in tasca.
Eppure i figli dei contadini poveri non sono poi così privi di libertà come credono quelli che sono liberi. Giochiamo ad essere liberi e in questo modo lo diventiamo. Quando rastrelliamo la sponda dei fossi non è certo per raccogliere quel po’ di fieno striminzito. No davvero, è che siamo a caccia di serpenti. I più velenosi dell’Africa e dell’India. E quando si mietono i campi di segale tratteniamo il fiato dalla tensione ogni volta che sentiamo lo sferragliare della mietitrice. Un enorme animale ci sta inseguendo per divorarci. Ma il momento più emozionante è quando, all’ultimo giro, non resta più che un piccolo quadrato di segale da mietere. E’ là che si sono rifugiati gli ultimi topi del campo, lo sappiamo, e tremano per la loro miserabile vita. Noi, piccoli legatori di covoni, piccoli portatori dalle unghie sanguinanti, li facciamo diventare molto più grandi di quel che sono, li trasformiamo nei più terrificanti mostri della giungla: tigri o puma ruggenti. Ma dove siamo più felici è sempre nell’oscurità del fienile, quando il fieno sale e sale e ci spinge, noi piccoli pigiatori, verso l’alto, verso i chiodi pericolosi che sporgono dalle travi del soffitto. Sommersi da ondate di fieno, che dobbiamo calpestare per farcene stare il più possibile, facciamo finta che sia acqua. Siamo naufraghi in un mare in tempesta, è buio, sopra le nostre teste ribollono le onde, una via l’altra. Ma noi riusciamo sempre a salvarci, invincibili ai nostri occhi, anche se non lo siamo a quelli del mondo.
E’ così che i figli dei contadini poveri trasformano la loro povera vita in qualcosa di grande e diventano eroi di drammi che si sono creati da sé. Ed è così che deve essere: quanto più misera e priva di libertà è la vita che siamo costretti a vivere, tanto più forti diventano le fantasticherie di una vita diversa, una vita di libertà e di gloria. No, non è davvero il caso di compatirci quando giochiamo. E’ quando perdiamo la capacità gi giocare che siamo da compatire. Quando ci rendiamo davvero conto di ciò che siamo. Allora vorremmo piangere.
E ogni tanto, naturalmente, siamo costretti a rendercene conto. In classe, dai bisbigli dei compagni dopo che abbiamo marinato la scuola in ottobre per via delle patate, o in quegli interminabili intervalli in cui cerchiamo di nascondere il meglio possibile i nostri miserabili panini dietro lo zaino, oppure quando ci accorgiamo che comincia a diffondersi la voce che a casa nostra ci sono i pidocchi. Tuttavia queste sono cose che riusciamo a superare. Nella libertà del fienile o nella libera oscurità del pagliaio le dimentichiamo, quasi completamente. Ma un giorno accadrà qualcosa che non riusciremo più a dimenticare, un giorno saremo rimessi al nostro posto in modo così definitivo che, per molto tempo, forse per sempre, non potremo più sfuggire a noi stessi neanche coi giochi.
Per me, Siri e Sixten questo accade un pomeriggio d’estate. Un’estate di sole infuocato. Fa caldo e secco, l’erba gialla scotta sotto i piedi. Ma noi preferiamo lasciarci scottare i piedi piuttosto che mettere gli zoccoli. L’acqua cala nel torrente, il pozzo si prosciuga, all’orizzonte brucia un bosco. Il fumo bianco dell’incendio è l’unica nuvola dell’estate. Il grano si affloscia nella calura e i campi fumano al minimo alito di vento. La strada è piena di mucche che sfregano il muso sulla ghiaia, muggendo dalla sete. Dovrebbero stare nel bosco, ma nel bosco non c’è acqua. Per questo se ne tornano pigramente a casa verso l’ora di pranzo, i campanacci che suonano a morto nella calura estiva. Al mattino nel bosco ce le abbiamo portate noi, raggianti sulle nostre biciclette prese in prestito, veri cow-boy con fruste di betulla e la gamba destra piegata sotto la canna. Ora le facciamo entrare nel cortile e poi tiriamo su l’acqua del pozzo.
Mentre le vacche si accalcano attorno alle botti vicino al pozzo, vediamo sulla strada, al di là del letamaio, tra la scuderia e la stalla, arrivare un’automobile, bella, lustra, seguita da una lunga scia di polvere. Per vederla meglio, dato che ci piace molto veder passare le belle automobili che sfrecciano a gran velocità, ci mettiamo tutti e tre sul ciglio della strada fuori dal cancello stretti l’uno contro l’altro. Il radiatore luccica, il motore romba, sul tetto c’è un grande baule bianco. Una volta anche noi siamo andati in macchina. A un funerale. Quando è più vicina vediamo che si tratta di un’automobile di Stoccolma. Noi a Stoccolma non ci siamo mai stati, ne abbiamo soltanto sentito parlare. Ma proprio nell’attimo in cui l’auto ci passa davanti sentiamo un rumore alle nostre spalle, un rumore di zoccoli sulla ghiaia, e ci accorgiamo che abbiamo lasciato il cancello aperto e che Rosa, quella stupida vacca, si sta dirigendo dritta verso la strada. Restiamo lì come paralizzati, non c’è niente da fare, l’inevitabile non può che accadere. Il signore di Stoccolma fa quel che può ma crash – il corno di Rosa incide un lungo graffio sulla vernice.
Sarebbe il momento di filarcela. Le gambe spasimano dal desiderio, ma quando proviamo non ce la facciamo nemmeno a muoverci. Rimaniamo lì sempre paralizzati a guardare l’auto che si ferma davanti a noi. La polvere si posa, non c’è niente dietro cui nasconderci. Il graffio fatto dal corno di Rosa cresce e si ingrandisce, si ingrandisce sempre più sotto ai nostri occhi. Un lungo attimo trascorre senza che si oda un suono, il graffio continua a crescere, noi, pur non facendo niente, ci ritroviamo zuppi di sudore. Il signore di Stoccolma ci starà sicuramente guardando dal finestrino, ma non osiamo alzare lo sguardo così in su. Teniamo gli occhi bassi, sempre più bassi, finché non vediamo altro che la ghiaia sotto la macchina. Allora il signore di Stoccolma scende, è alto e vestito di bianco. La portiera si richiude rumorosamente. Ora è in piedi in mezzo alla strada, ha le scarpe bianche. Le sue scarpe sono l’unica cosa che osiamo guardare. Scarpe del genere non ne avevamo mai viste; sfiorano leggermente la ghiaia alzando un po’ di polvere e improvvisamente si girano dall’altra parte.
Solo allora osiamo alzare lo sguardo. Sì, il signore di Stoccolma ci volta le spalle, e la testa l’ha inclinata per esaminare meglio il graffio. Non dice niente, ci volta solo le spalle. Ed è questa la cosa strana, incomprensibile. E’ come se noi non esistessimo. Il signore di Stoccolma indietreggia di due passi verso di noi, sicuramente per poter vedere ancora meglio il graffio e noi continuiamo a non esistere. Ancora un po’ e ci calpesterà; indietreggiamo, stringendoci contro lo steccato. Abbiamo paura di prenderle, come al solito, ma in realtà non è questo che ci fa paura. Quel che più ci spaventa è qualcos’altro, è che il signore di Stoccolma non ci rivolga neanche una parola, che non ci dia il diritto di esistere.
Eppure è proprio ciò che accade. Continuando a voltarci le spalle il signore di Stoccolma si sfrega le mani, proprio come se si fossero sporcate, proprio come se ci avesse toccato. E’ un rumore quello che non potremo mai dimenticare. E quel che poi vediamo anche non lo potremo mai dimenticare. In macchina, sul sedile anteriore, è seduta una bambina che ha la nostra stessa età, ma è l’unica cosa che abbia in comune con noi. E’ pallida ed elegante, e ha l’aria che hanno quelli che possono andarsene in giro in macchina tutti i giorni. Porta in testa un cappello bianco. Improvvisamente ci rendiamo conto che ci sta osservando; dev’essere seduta un po’ più in alto di noi, ma non così in alto come ci verrebbe da credere. Abbiamo l’impressione che dovremmo piegare il collo del tutto all’indietro per poterla vedere, e vederla dobbiamo a tutti i costi. C’è un vetro tra lei e noi, e una distanza incolmabile. Una volta siamo andati in città e ci siamo fermati a guardare le vetrine. C’erano tante cose che ci sembravano belle, ma non si poteva entrare. Era la stessa sensazione di adesso. Eravamo là ma non c’eravamo, c’era soltanto la vetrina.
Poi il signore di Stoccolma si siede in macchina, non ci guarda affatto e lascia girare il motore. Ma prima che l’auto parta la bambina tutta bianca abbassa il vetro del finestrino. Crediamo che lo faccia per poterci vedere meglio, ma non è così. Vuota un portacenere sulla strada, non ci rivolge neanche più uno sguardo e l’automobile se ne va. Allora ci rendiamo conto che i pali della staccionata ci fanno male, ci stacchiamo, le nostre camicie sono sporche di rosso sulla schiena. Sulla ghiaia in mezzo alla strada è rimasto un sigaro acceso, sa di città e di bella gente, un misto di prete e di padrone. Rimaniamo per un po’ in piedi sulla strada intorno al sigaro, come se fosse un falò, lasciando che il fumo solletichi le nostre rozze narici di contadini. Neanche adesso esistiamo, solo il sigaro esiste. Vediamo arrivare una macchina e prima che si avvicini spegniamo il sigaro coi piedi nudi, io per primo perché sono il più grande, ultima Siri perché è una femmina. Poi rientriamo nel cortile; non è di Stoccolma la macchina in arrivo. E’ una macchina di Gävle.
Nel cortile però c’è Rosa che si strofina il muso contro un carretto. Allora prendiamo una catena e cominciamo a picchiarla e a picchiarla finché non si mette a correre, finché non sparisce sgroppando verso i lillà. Non la inseguiamo più, buttiamo via la catena che cade sull’erba bruciata con un tonfo sordo. La verità è che abbiamo scoperto una cosa. Picchiare Rosa non è servito a niente. Ma abbiamo scoperto anche qualcos’altro; niente ci può aiutare contro ciò che sappiamo, contro la consapevolezza di non essere e di non poter essere altro che tre merdosi bambini poveri vestiti con la tuta da lavoro di qualcun altro, tre figli di infimi contadini, la cosa più infima che ci sia al mondo…
Certo andiamo insieme nel pagliaio, ma in cima al fieno ci scaviamo tre grotte separate. Rimaniamo sdraiati lì, al buio, a succhiare le punte salate del fieno, mentre passa l’ora del pranzo, mentre passa il pomeriggio, mentre nel cortile le vacche muggiscono dalla sete, mentre i grandi, la falce in spalla, aprono tutte le porte gridando i nostri miserabili nomi. Ma noi non ci accorgiamo di niente. Tutto quel che vediamo e sentiamo è un’auto di Stoccolma che si allontana sfrecciando su una lunga strada dritta con un baule sul tetto, e in quel baule la nostra nostalgia e la nostra vergogna.
Stig Dagerman, L'auto di Stoccolma
da "Il Viaggiatore"
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