
Abitare è umano. Gli uccelli hanno dei nidi, il bestiame ha delle
stalle, i carri stanno in rimesse e le automobili in garage. Solo gli esseri
umani abitano. Abitare è un'arte. Ogni ragno nasce con l'impulso a
tessere una particolare tela, caratteristica della sua specie. Come tutti gli
animali, i ragni sono programmati dai loro geni. L'essere umano è il
solo animale che è anche un artista e l'arte di abitare fa parte dell'arte di
vivere. Una casa non è n‚ un nido n‚ un garage.
In numerose lingue 'vivere' è sinonimo di abitare. Chiedere «dove
vivi?» significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana
forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei. Questa equazione di
abitare e vivere risale a tempi in cui il mondo era ancora abitabile e gli
esseri umani erano abitanti. Abitare allora significava essere presenti
nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscrivesse la trama
della propria biografia nel paesaggio.
Questa scrittura poteva venire incisa nella pietra generazione dopo
generazione, oppure poteva venire abbozzata nuovamente all'arrivo di
ogni stagione delle piogge con qualche canna e poche fronde. Le tracce
dell'abitare umano erano effimere quanto i loro abitanti. Le dimore non
erano mai finite prima della loro occupazione, a differenza della merce
alloggio contemporanea che comincia a deteriorarsi il giorno in cui è
pronta per l'uso. Una tenda viene rammendata quotidianamente, deve
essere eretta, tesa, tolta. Una casa colonica cresce o decade seguendo il
destino dei suoi abitanti: spesso già da lontano si vede se i figli sono
sposati, se i vecchi sono morti. La costruzione procede con il succedersi
delle generazioni, con rituali che ne contrassegnano gli stadi importanti:a volte più generazioni si susseguono fra la posa della prima pietra e il
taglio delle travi del tetto. Perfino il quartiere di una città era un'opera
mai finita.
Ancora nel diciottesimo secolo gli abitanti dei quartieri popolari
difesero con sommosse la propria arte di abitare contro le migliorie che
gli architetti cercavano di imporre loro. Abitare fa parte di quella
economia morale tanto ben descritta da E. P. Thompson.
Quest'arte ha ceduto all'assalto dei viali regali, che in nome
dell'ordine, della pulizia, della sicurezza e del decoro sventrarono i
quartieri. Essa è caduta sotto i colpi della polizia, che nel
diciannovesimo secolo ha dato nomi alle strade e numeri alle case. E'
stata minata dai tecnici, che nel diciannovesimo secolo hanno introdotto
le fognature e i controlli sanitari. Ed è stata quasi distrutta dal benessere,
che ha esaltato il diritto di ogni cittadino a possedere il proprio garage e
il proprio televisore.
Abitare è un'attività che trascende il campo d'azione dell'architetto,
non solo perché è un'arte popolare; non solo perché si protrae nel tempo,
con ritmi che sfuggono al suo controllo; non solo perché è di una
delicata complessità che sfugge all'analisi del pensiero biologico o
sistemico; ma soprattutto perché non esistono due comunità che abitino
nello stesso modo. Abitare e abitudine dicono quasi la stessa cosa.
Ciascuna architettura vernacolare (per usare il termine antropologico) è
tanto unica quanto un linguaggio vernacolare. L'arte di vivere nella sua
interezza (vale a dire l'arte di amare e di sognare, di soffrire e di morire)
rende ogni stile di vita unico. E perciò quest'arte è di gran lunga troppo
complessa per essere insegnata con i metodi di un Comenius o di un
Pestalozzi, da un maestro di scuola o dalla televisione. E' un'arte che si
acquisisce solo per via esperienziale. Ciascuno diventa un costruttore
vernacolare e un parlante vernacolare crescendo, passando da
un'iniziazione all'altra, diventando un abitante uomo o donna. Perciò lo
spazio cartesiano tridimensionale omogeneo in cui l'architetto costruisce
e lo spazio vernacolare che l'abitare crea appartengono a classi di spazi
differenti. Gli architetti possono solo occuparsi di costruzioni. Gli
abitanti vernacolari generano gli assiomi degli spazi che abitano.
Dal punto di vista topologico, il contemporaneo consumatore di
spazio residenziale vive in un altro mondo. Le coordinate dello spazio
residenziale in cui si colloca sono il solo mondo che conosce. Gli riesce incredibile che le dimore dei mandriani Peul, quelle rupestri dei Dogoné
quelle dei pescatori Songhai e quelle degli agricoltori Bobo siano
altrettanti spazi eterogenei inseriti nello stesso paesaggio, come gli
ecologi hanno constatato. Per il moderno residente un chilometro è un
chilometro, e dopo ogni chilometro ne viene un altro, perché il mondo
non ha un centro. Per l'abitante, il luogo dove vive è il centro del
mondo; e dieci chilometri a monte lungo il fiume può essere una
distanza molto più breve di un chilometro nel deserto.
Secondo molti antropologi, la cultura dell'abitare plasma la visione
del mondo. In effetti, essa determina le caratteristiche dello spazio
abitato.
Il moderno residente ha perso gran parte della sua capacità di
abitare. La necessità di dormire sotto un tetto si è trasformata per lui in
un bisogno culturalmente definito. La libertà di abitare ha perso per lui
ogni significato. Reclama il diritto di disporre di un certo numero di
metri quadri di spazio costruito. Sono preziose per lui la fornitura di
servizi e la possibilità di servirsene. Ha rinunciato all'arte di vivere. Non
ha bisogno dell'arte di abitare, perché tutto quel che gli serve è un
appartamento; non ha bisogno dell'arte di soffrire, perché conta
sull'assistenza medica; e probabilmente non ha mai neppure pensato
all'arte di morire.
Il residente vive in un mondo fabbricato. Non può tracciare il
proprio cammino sulla strada che percorre più di quanto possa fare un
buco nel muro. Attraversa la vita senza lasciare tracce. I segni che lascia
sono considerati deterioramento, usura. Ciò che si lascia dietro verrà
asportato come immondizia. Da spazio di uso comune in cui abitare,
l'ambiente è stato trasformato in risorsa per la produzione di garage per
persone, merci e automobili. L'edilizia pianificata fornisce cubicoli in
cui i residenti vengono alloggiati. Questi alloggi sono progettati,
costruiti e attrezzati per loro. Poter abitare sia pur minimamente il
proprio alloggio costituisce uno speciale privilegio: solo i ricchi
possono permettersi di spostare una porta o di piantare un chiodo nel
muro. Così lo spazio vernacolare dell'abitare viene sostituito dallo
spazio omogeneo del garage. L'edilizia pianificata ha lo stesso aspetto
da Taiwan all'Ohio, da Lima a Pechino. Dovunque troviamo gli stessi
garage per umani, scaffali per il deposito notturno della forza lavoro,
organizzati in modo da facilitarne il trasporto. Gli abitanti che vivevano in spazi da loro creati sono stati sostituiti da residenti, alloggiati in
edifici prodotti per loro e debitamente registrati come consumatori di
alloggi, protetti da una legislazione sugli affitti e sul credito.
Nella maggior parte delle società venire alloggiati è indice di
miseria: l'orfano viene accolto in casa, il pellegrino viene ospitato, il
condannato messo in prigione, lo schiavo rinchiuso per la notte e il
soldato acquartierato in baracche (ma solo a partire dal diciottesimo
secolo; prima anche gli eserciti dovevano provvedere alla propria
dimora accampandosi). La società industriale è la sola che cerca di
trasformare ogni cittadino in un residente che dev'essere alloggiato, e
che pertanto viene sollevato dal dovere di quella attività sociale e
comunitaria che chiamo 'abitare'. Oggi coloro che difendono la propria
libertà di abitare o sono molto ricchi o vengono trattati come devianti.
Questo vale sia per quelli a cui il cosiddetto 'sviluppo' non ha ancora
fatto dimenticare il desiderio di abitare, sia per le frange alternative, alla
ricerca di nuove forme di abitazione tali da rendere il paesaggio
industriale abitabile, almeno nei suoi punti deboli e di frattura.
Sia i non-modernizzati sia i post-moderni si oppongono al divieto
della società all'autodeterminazione spaziale, e dovranno fare i conti con
la repressione poliziesca del disturbo che creano. Saranno definiti
invasori, occupanti illegali, anarchici e disturbatori, secondo le
circostanze in cui affermano la propria libertà di abitare: indios che si
installano in un terreno incolto a Lima; "favellados" di Rio de Janeiro
che ritornano a occupare la collina da cui sono appena stati cacciati
dalla polizia (dopo averla abitata per quarant'anni); studenti che osano
trasformare in abitazioni le rovine del Kreuzberg a Berlino; portoricani
che con la forza tornano a occupare gli edifici bruciati e murati del
South Bronx. Saranno tutti sloggiati, non tanto per il danno che arrecano
al proprietario del terreno o perché rappresentino una minaccia per la
pace o per la salute dei vicini, ma per la sfida che lanciano all'assioma
sociale che definisce il cittadino come unità che ha bisogno di un garage
standard.
Sia la tribù di indios che scende dalle Ande per installarsi nei
sobborghi di Lima, sia il consiglio di quartiere di Chicago che si
dissocia dall'ente cittadino preposto all'edilizia contestano il modello
oggi dominante del cittadino come "Homo castrensis", uomo
acquartierato. Ma la sfida dei nuovi arrivati e quella dei 'disinseriti' ("unpluggers") provocano reazioni opposte. Gli indios si possono
trattare da pagani, che debbono essere educati ad apprezzare la cura
materna che lo stato si prende del loro bisogno di un tetto.
Il 'disinserito' moderno è molto più pericoloso: egli offre
testimonianza degli effetti castranti del materno abbraccio della città. A
differenza del pagano, questo eretico contesta l'assioma della religione
civica sottostante a tutte le varie ideologie che solo superficialmente si
contrappongono fra loro. Secondo questo assioma, il cittadino in quanto
"Homo castrensis" ha bisogno della merce chiamata 'alloggio'; il suo
diritto all'alloggio è sancito dalla legge. Il 'disinserito' non si oppone a
questo diritto, ma contesta le condizioni concrete in cui il diritto
all'alloggio è in contrasto con la libertà di abitare. E questa libertà è per
lui, quando vi è conflitto fra le due cose, più preziosa della merce
alloggio, che per definizione è scarsa.
Ma il conflitto fra valori economici e vernacolari non si limita allo
spazio interno alla soglia di casa. Sarebbe un errore ritenere che gli
effetti dell'abitare consistano esclusivamente nel dar forma agli interni;
ciò che sta fuori dalla porta di casa viene altrettanto influenzato
dall'abitare, benché in modo diverso. La terra abitata si estende da
entrambi i lati della soglia: la soglia è il cardine dello spazio creato
dall'abitare. Da questo lato c'è la casa, dall'altro i "commons", lo spazio
di uso comune. Questo spazio comune è la dimora della comunità come
la casa lo è per i membri della famiglia. E così come non esistono due
comunità che abbiano lo stesso stile abitativo, non esistono neppure due
comunità che abbiano lo stesso stile di uso dello spazio comune. Il
costume locale detta chi può e chi deve usare i "commons", nonché le
modalità d'uso. Come la forma della casa riflette il ritmo e la misura
della vita della famiglia, così lo spazio comune è la traccia della vita
della comunità. Non può esservi abitare senza uno spazio comune.
Spesso gli immigranti nelle città moderne impiegano un certo tempo a
imparare che le strade sono risorse riservate ai trasporti. Molti
portoricani che vivono a New York impiegano anni a scoprire che i
marciapiedi non sono una "plaza". In tutta l'Europa, con disperazione
dei burocrati tedeschi, i turchi se ne stanno con le loro sedie per la
strada a fare quattro chiacchiere, una scommessa, un affare, a bere il
caffè o a metter su una bancarella. Ci vuol tempo per rinunciare allo
spazio comune, per accorgersi che il traffico è letale tanto per gli affari quanto per il pettegolezzo davanti alla porta di casa. La distinzione fra
spazio privato e pubblico per il moderno consumatore di alloggi non si
limita a modificare, bensì distrugge la distinzione tradizionale, articolata
dalla soglia, fra la casa e lo spazio comune. Tuttavia i nostri ecologi non
hanno ancora riconosciuto l'impatto ambientale della trasformazione
dell'abitazione in merce. L'ecologia si comporta ancora come ancella o
come gemella dell'economia. L'ecologia politica diverrà radicale ed
efficace solo quando riconoscerà che la distruzione dei "commons"
mediante la loro trasformazione in risorsa economica è il fattore
ambientale che paralizza l'arte di abitare.
Una chiara dimostrazione della distruzione dei "commons" è la
misura in cui il nostro mondo è divenuto inabitabile. Paradossalmente,
mentre il numero delle persone cresce, rendiamo l'ambiente sempre più
inabitabile. Mentre sempre più persone hanno bisogno di abitare, la
guerra contro l'abitazione vernacolare è entrata nella sua fase finale e la
gente è costretta a competere per alloggi divenuti scarsi. Una
generazione fa, Jane Jacobs ha mostrato in maniera convincente che
nelle città tradizionali l'arte di abitare e la vitalità degli spazi comuni si
sviluppano sia con l'espandersi della città sia con il crescere della
densità abitativa. E tuttavia negli ultimi trent'anni quasi dovunque nel
mondo sono stati messi in atto mezzi potenti per stuprare l'arte di abitare
delle comunità locali, creando un senso sempre più acuto di scarsità
dello spazio abitativo.
Questo stupro edilizio degli spazi comuni non è meno brutale
dell'avvelenamento dell'acqua. L'invasione degli ultimi angoli di spazio
abitativo da parte dei programmi edilizi non è meno nociva della
creazione di smog. Il pregiudizio giuridico ricorrente a favore del diritto
all'alloggio, dovunque esso è in conflitto con la libertà di esplorare
nuovi modi di abitare, non è meno repressivo delle leggi che impongono
lo stile di vita della coppia di 'umani produttivi'. Ma tutto ciò dev'essere
proclamato. L'aria, l'acqua e i modi di convivenza alternativi hanno
trovato i loro protettori. Le università offrono loro formazione
professionale e le burocrazie offrono loro posti di lavoro. La libertà di
abitare e la protezione di un ambiente abitabile, invece, per ora restano
obiettivi di movimenti di base minoritari; e troppo spesso anche questi
movimenti vengono corrotti da architetti che ne fraintendono gli scopi.
L'autocostruzione viene concepita come un semplice hobby o come un espediente per baraccati. Il ritorno alla campagna viene
definito romanticismo. I vivai di pesci e i pollai negli spazi urbani sono
considerati semplici giochi. I quartieri che 'funzionano' vengono invasi
da stuoli di sociologi ben pagati, finché non finiscono per fallire.
L'occupazione delle case viene considerata disobbedienza civile; e
l'occupazione con ristrutturazione è interpretata come richiesta di
alloggi migliori e più abbondanti. Tutto questo può essere in parte vero.
I 'disinseriti' nel campo dell'abitare, come quelli nei campi della
medicina, dell'educazione, dei trasporti o delle esequie funebri, non
sono dei puristi: conosco una famiglia che tiene un piccolo gregge di
capre sui monti Appalachi e la sera gioca con un computer a batterie; e
conosco un occupante illegale che si è installato in un casamento murato
di Harlem e che manda le figlie a una scuola privata.
Ma n‚ il ridicolo n‚ le diagnosi psichiatriche riusciranno a
eliminare questi 'disinseriti', che hanno perso il moralismo degli hippies
calvinisti e coltivano una loro forma di sarcasmo e di abilità politica.
Sanno per esperienza che l'arte di vivere che hanno ritrovato nell'abitare
è più soddisfacente dei comfort che hanno lasciato. E man mano
diventano sempre più capaci di esprimere con gesti essenziali il loro
rifiuto degli assiomi relativi all'"Homo castrensis", su cui la società
industriale in parte si basa.
Ma ci sono anche altre considerazioni, oggi, che mettono in
evidenza la ragionevolezza del recupero di spazi abitativi. I metodi, le
macchine e i materiali moderni rendono il costruire da sé molto più
semplice e meno faticoso di quanto fosse in passato. La disoccupazione
crescente toglie lo stigma dell'asocialità a coloro che scavalcano i
sindacati edilizi. Lavoratori edili qualificati si trovano sempre più
spesso a dover reimparare completamente il mestiere per applicarlo in
una forma di disoccupazione utile sia a loro sia alla loro comunità.
La palese inefficienza degli edifici costruiti negli anni Settanta
rende meno sgradevoli, e perfino ragionevoli, agli occhi di quei vicini
che qualche anno fa avrebbero protestato, certe trasformazioni in
passato impensabili. L'esperienza del Terzo Mondo converge con quella
del South Bronx. Il presidente della repubblica messicana, nella
campagna elettorale per la sua rielezione, ha dichiarato senza mezzi
termini che l'economia messicana non può n‚ potrà in futuro fornire
unità abitative alla maggior parte dei suoi cittadini. Il solo modo in cui tutti i messicani potranno disporre di un alloggio soddisfacente sarà
tramite provvedimenti legislativi e forniture di materiali che consentano
a ciascuna comunità di migliorare da sé le proprie strutture abitative.
Questa proposta è di portata immensa: la secessione di un'intera
nazione dal mercato mondiale degli alloggi. Non credo che un paese del
Terzo Mondo sia in grado di realizzare una cosa del genere. Finché un
paese si considera sottosviluppato, assume come modelli i paesi del
Nord, siano essi quelli del versante capitalista o quelli del versante
socialista. Non riesco a credere che un paese cosiffatto possa assumere
una posizione alternativa in materia di abitazione.
L'ideologia dell'uomo per natura acquartierato fornisce troppo
potere ai governi. L'utopia della costruzione di una nazione e quella
della costruzione di alloggi sono strettamente legate nel pensiero di tutte
le élite che conosco, specialmente nel Terzo Mondo. Io credo che il
riconoscimento della libertà di abitare e la fornitura degli strumenti,
legali e materiali, per renderla effettiva dovranno avvenire prima nei
paesi 'sviluppati'. In essi i 'disinseriti' possono sostenere con molta più
convinzione e precisione la loro scelta di questa libertà al di sopra del
diritto a un garage. Poi potranno rivolgere lo sguardo al Messico per
imparare le possibilità creative dell'"adobe".
Gli argomenti a favore del recupero del potere di un abitare
vernacolare come obiettivo prioritario rispetto all'impotente richiesta di
depositi per umani, vanno facendosi sempre più numerosi.
Come abbiamo visto, essi sono coerenti con la direzione che il
movimento ecologista assume quando si emancipa dall'economia, la
scienza dei valori scarsi. Sono coerenti con una nuova analisi radicale
della tecnologia che si oppone all'assorbimento delle persone come
volontari nell'industria edilizia e con l'uso di strumenti moderni per
ovviare ai limiti delle capacità costruttive della gente.
Ma più importante di tutti questi motivi è un argomento che non è
stato ancora correttamente formulato, ma è implicito in molte delle
iniziative concrete che ho osservato.
Uno spazio adatto a portare i segni della vita umana è altrettanto
fondamentale per la sopravvivenza quanto l'acqua pulita e l'aria non
inquinata. I garage, per quanto splendidamente dotati di docce e di
dispositivi per il risparmio energetico, non sono adatti all'abitazione
umana. Le case e i garage semplicemente non sono lo stesso tipo di spazi. Le case non sono n‚ i nidi per umani a cui le riducono i
sociobiologi, n‚ scaffali di un magazzino, sui quali, per quanto bene
imbottiti, gli esseri umani non possono vivere. I garage sono depositi
per oggetti che circolano nello spazio omogeneo delle merci; i nidi sono
creati e occupati da animali il cui istinto li lega al loro territorio. Gli
umani abitano. Hanno abitato la terra in mille modi diversi e hanno
copiato le forme delle rispettive abitazioni gli uni dagli altri. I fattori che
per millenni hanno determinato il carattere mutevole degli spazi
abitativi non sono l'istinto o il patrimonio genetico, ma la cultura,
l'esperienza e la riflessione. Sia il territorio, sia lo spazio abitativo sono
tridimensionali; ma sotto il profilo del loro significato non sono spazi
dello stesso genere, non più di quanto lo siano lo spazio abitativo e il
garage. Nessuna delle scienze di cui disponiamo attualmente è in grado
di comprendere correttamente questa differenza di topologie: la
sociologia, l'antropologia e la storia, così come esse sono oggi praticate,
restano legate a quella prospettiva centrale che nasconde le differenze
che contano. Io credo che la sistematica contrapposizione fra esperienza
umana nell'ambito dei valori vernacolari ed esperienza umana
nell'ambito del regime di scarsità sia un primo passo per mettere in luce
questa differenza che conta. E senza il recupero di un linguaggio capace
di esprimere questa differenza, il rifiuto di identificarsi con il modello
dell'uomo acquartierato e la ricerca di un nuovo spazio abitativo
vernacolare non possono avere efficacia politica.
Perciò, quando l'abitare diverrà un tema politico, le vie
inevitabilmente si separeranno. Da un lato ci sarà l'obiettivo del
'pacchetto alloggio': come assicurare a ciascuno la sua parte di cubatura
costruita, ben situata e ben attrezzata. Da questo lato,
l'impacchettamento dei poveri con le relative unità alloggio continuerà a
rappresentare un settore in espansione per gli assistenti sociali quando
non ci saranno più soldi per gli architetti. Dall'altro lato ci sarà
l'obiettivo di assicurare a ogni comunità il diritto di creare le proprie
dimore e di abitarle secondo la propria capacità e la propria arte. Nel
perseguire questo obiettivo, a molti sembrerà che nel Nord la
frammentazione dell'habitat e la perdita delle tradizioni abbiano reso
impossibile soddisfare il diritto a uno spazio abitabile.
I giovani che insisteranno nel volersi costruire le proprie abitazioni
guarderanno con invidia al Sud, dove spazio e tradizione sono ancora vivi.
Questa invidia emergente nei confronti dei sottosviluppati va
curata con coraggio e riflessione. Ma nel Terzo Mondo la sopravvivenza
stessa dipende dal giusto equilibrio fra diritto a costruire da sé e diritto a
possedere un pezzo di terra e le travi del proprio tetto.
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