martedì 5 marzo 2013

Abitare



Abitare è umano. Gli uccelli hanno dei nidi, il bestiame ha delle stalle, i carri stanno in rimesse e le automobili in garage. Solo gli esseri umani abitano. Abitare è un'arte. Ogni ragno nasce con l'impulso a tessere una particolare tela, caratteristica della sua specie. Come tutti gli animali, i ragni sono programmati dai loro geni. L'essere umano è il solo animale che è anche un artista e l'arte di abitare fa parte dell'arte di vivere. Una casa non è n‚ un nido n‚ un garage. In numerose lingue 'vivere' è sinonimo di abitare. Chiedere «dove vivi?» significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei. Questa equazione di abitare e vivere risale a tempi in cui il mondo era ancora abitabile e gli esseri umani erano abitanti. Abitare allora significava essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscrivesse la trama della propria biografia nel paesaggio. Questa scrittura poteva venire incisa nella pietra generazione dopo generazione, oppure poteva venire abbozzata nuovamente all'arrivo di ogni stagione delle piogge con qualche canna e poche fronde. Le tracce dell'abitare umano erano effimere quanto i loro abitanti. Le dimore non erano mai finite prima della loro occupazione, a differenza della merce alloggio contemporanea che comincia a deteriorarsi il giorno in cui è pronta per l'uso. Una tenda viene rammendata quotidianamente, deve essere eretta, tesa, tolta. Una casa colonica cresce o decade seguendo il destino dei suoi abitanti: spesso già da lontano si vede se i figli sono sposati, se i vecchi sono morti. La costruzione procede con il succedersi delle generazioni, con rituali che ne contrassegnano gli stadi importanti:a volte più generazioni si susseguono fra la posa della prima pietra e il taglio delle travi del tetto. Perfino il quartiere di una città era un'opera mai finita. Ancora nel diciottesimo secolo gli abitanti dei quartieri popolari difesero con sommosse la propria arte di abitare contro le migliorie che gli architetti cercavano di imporre loro. Abitare fa parte di quella economia morale tanto ben descritta da E. P. Thompson. Quest'arte ha ceduto all'assalto dei viali regali, che in nome dell'ordine, della pulizia, della sicurezza e del decoro sventrarono i quartieri. Essa è caduta sotto i colpi della polizia, che nel diciannovesimo secolo ha dato nomi alle strade e numeri alle case. E' stata minata dai tecnici, che nel diciannovesimo secolo hanno introdotto le fognature e i controlli sanitari. Ed è stata quasi distrutta dal benessere, che ha esaltato il diritto di ogni cittadino a possedere il proprio garage e il proprio televisore. Abitare è un'attività che trascende il campo d'azione dell'architetto, non solo perché è un'arte popolare; non solo perché si protrae nel tempo, con ritmi che sfuggono al suo controllo; non solo perché è di una delicata complessità che sfugge all'analisi del pensiero biologico o sistemico; ma soprattutto perché non esistono due comunità che abitino nello stesso modo. Abitare e abitudine dicono quasi la stessa cosa. Ciascuna architettura vernacolare (per usare il termine antropologico) è tanto unica quanto un linguaggio vernacolare. L'arte di vivere nella sua interezza (vale a dire l'arte di amare e di sognare, di soffrire e di morire) rende ogni stile di vita unico. E perciò quest'arte è di gran lunga troppo complessa per essere insegnata con i metodi di un Comenius o di un Pestalozzi, da un maestro di scuola o dalla televisione. E' un'arte che si acquisisce solo per via esperienziale. Ciascuno diventa un costruttore vernacolare e un parlante vernacolare crescendo, passando da un'iniziazione all'altra, diventando un abitante uomo o donna. Perciò lo spazio cartesiano tridimensionale omogeneo in cui l'architetto costruisce e lo spazio vernacolare che l'abitare crea appartengono a classi di spazi differenti. Gli architetti possono solo occuparsi di costruzioni. Gli abitanti vernacolari generano gli assiomi degli spazi che abitano. Dal punto di vista topologico, il contemporaneo consumatore di spazio residenziale vive in un altro mondo. Le coordinate dello spazio residenziale in cui si colloca sono il solo mondo che conosce. Gli riesce incredibile che le dimore dei mandriani Peul, quelle rupestri dei Dogoné quelle dei pescatori Songhai e quelle degli agricoltori Bobo siano altrettanti spazi eterogenei inseriti nello stesso paesaggio, come gli ecologi hanno constatato. Per il moderno residente un chilometro è un chilometro, e dopo ogni chilometro ne viene un altro, perché il mondo non ha un centro. Per l'abitante, il luogo dove vive è il centro del mondo; e dieci chilometri a monte lungo il fiume può essere una distanza molto più breve di un chilometro nel deserto. Secondo molti antropologi, la cultura dell'abitare plasma la visione del mondo. In effetti, essa determina le caratteristiche dello spazio abitato. Il moderno residente ha perso gran parte della sua capacità di abitare. La necessità di dormire sotto un tetto si è trasformata per lui in un bisogno culturalmente definito. La libertà di abitare ha perso per lui ogni significato. Reclama il diritto di disporre di un certo numero di metri quadri di spazio costruito. Sono preziose per lui la fornitura di servizi e la possibilità di servirsene. Ha rinunciato all'arte di vivere. Non ha bisogno dell'arte di abitare, perché tutto quel che gli serve è un appartamento; non ha bisogno dell'arte di soffrire, perché conta sull'assistenza medica; e probabilmente non ha mai neppure pensato all'arte di morire. Il residente vive in un mondo fabbricato. Non può tracciare il proprio cammino sulla strada che percorre più di quanto possa fare un buco nel muro. Attraversa la vita senza lasciare tracce. I segni che lascia sono considerati deterioramento, usura. Ciò che si lascia dietro verrà asportato come immondizia. Da spazio di uso comune in cui abitare, l'ambiente è stato trasformato in risorsa per la produzione di garage per persone, merci e automobili. L'edilizia pianificata fornisce cubicoli in cui i residenti vengono alloggiati. Questi alloggi sono progettati, costruiti e attrezzati per loro. Poter abitare sia pur minimamente il proprio alloggio costituisce uno speciale privilegio: solo i ricchi possono permettersi di spostare una porta o di piantare un chiodo nel muro. Così lo spazio vernacolare dell'abitare viene sostituito dallo spazio omogeneo del garage. L'edilizia pianificata ha lo stesso aspetto da Taiwan all'Ohio, da Lima a Pechino. Dovunque troviamo gli stessi garage per umani, scaffali per il deposito notturno della forza lavoro, organizzati in modo da facilitarne il trasporto. Gli abitanti che vivevano in spazi da loro creati sono stati sostituiti da residenti, alloggiati in edifici prodotti per loro e debitamente registrati come consumatori di alloggi, protetti da una legislazione sugli affitti e sul credito. Nella maggior parte delle società venire alloggiati è indice di miseria: l'orfano viene accolto in casa, il pellegrino viene ospitato, il condannato messo in prigione, lo schiavo rinchiuso per la notte e il soldato acquartierato in baracche (ma solo a partire dal diciottesimo secolo; prima anche gli eserciti dovevano provvedere alla propria dimora accampandosi). La società industriale è la sola che cerca di trasformare ogni cittadino in un residente che dev'essere alloggiato, e che pertanto viene sollevato dal dovere di quella attività sociale e comunitaria che chiamo 'abitare'. Oggi coloro che difendono la propria libertà di abitare o sono molto ricchi o vengono trattati come devianti. Questo vale sia per quelli a cui il cosiddetto 'sviluppo' non ha ancora fatto dimenticare il desiderio di abitare, sia per le frange alternative, alla ricerca di nuove forme di abitazione tali da rendere il paesaggio industriale abitabile, almeno nei suoi punti deboli e di frattura. Sia i non-modernizzati sia i post-moderni si oppongono al divieto della società all'autodeterminazione spaziale, e dovranno fare i conti con la repressione poliziesca del disturbo che creano. Saranno definiti invasori, occupanti illegali, anarchici e disturbatori, secondo le circostanze in cui affermano la propria libertà di abitare: indios che si installano in un terreno incolto a Lima; "favellados" di Rio de Janeiro che ritornano a occupare la collina da cui sono appena stati cacciati dalla polizia (dopo averla abitata per quarant'anni); studenti che osano trasformare in abitazioni le rovine del Kreuzberg a Berlino; portoricani che con la forza tornano a occupare gli edifici bruciati e murati del South Bronx. Saranno tutti sloggiati, non tanto per il danno che arrecano al proprietario del terreno o perché rappresentino una minaccia per la pace o per la salute dei vicini, ma per la sfida che lanciano all'assioma sociale che definisce il cittadino come unità che ha bisogno di un garage standard. Sia la tribù di indios che scende dalle Ande per installarsi nei sobborghi di Lima, sia il consiglio di quartiere di Chicago che si dissocia dall'ente cittadino preposto all'edilizia contestano il modello oggi dominante del cittadino come "Homo castrensis", uomo acquartierato. Ma la sfida dei nuovi arrivati e quella dei 'disinseriti' ("unpluggers") provocano reazioni opposte. Gli indios si possono trattare da pagani, che debbono essere educati ad apprezzare la cura materna che lo stato si prende del loro bisogno di un tetto. Il 'disinserito' moderno è molto più pericoloso: egli offre testimonianza degli effetti castranti del materno abbraccio della città. A differenza del pagano, questo eretico contesta l'assioma della religione civica sottostante a tutte le varie ideologie che solo superficialmente si contrappongono fra loro. Secondo questo assioma, il cittadino in quanto "Homo castrensis" ha bisogno della merce chiamata 'alloggio'; il suo diritto all'alloggio è sancito dalla legge. Il 'disinserito' non si oppone a questo diritto, ma contesta le condizioni concrete in cui il diritto all'alloggio è in contrasto con la libertà di abitare. E questa libertà è per lui, quando vi è conflitto fra le due cose, più preziosa della merce alloggio, che per definizione è scarsa. Ma il conflitto fra valori economici e vernacolari non si limita allo spazio interno alla soglia di casa. Sarebbe un errore ritenere che gli effetti dell'abitare consistano esclusivamente nel dar forma agli interni; ciò che sta fuori dalla porta di casa viene altrettanto influenzato dall'abitare, benché in modo diverso. La terra abitata si estende da entrambi i lati della soglia: la soglia è il cardine dello spazio creato dall'abitare. Da questo lato c'è la casa, dall'altro i "commons", lo spazio di uso comune. Questo spazio comune è la dimora della comunità come la casa lo è per i membri della famiglia. E così come non esistono due comunità che abbiano lo stesso stile abitativo, non esistono neppure due comunità che abbiano lo stesso stile di uso dello spazio comune. Il costume locale detta chi può e chi deve usare i "commons", nonché le modalità d'uso. Come la forma della casa riflette il ritmo e la misura della vita della famiglia, così lo spazio comune è la traccia della vita della comunità. Non può esservi abitare senza uno spazio comune. Spesso gli immigranti nelle città moderne impiegano un certo tempo a imparare che le strade sono risorse riservate ai trasporti. Molti portoricani che vivono a New York impiegano anni a scoprire che i marciapiedi non sono una "plaza". In tutta l'Europa, con disperazione dei burocrati tedeschi, i turchi se ne stanno con le loro sedie per la strada a fare quattro chiacchiere, una scommessa, un affare, a bere il caffè o a metter su una bancarella. Ci vuol tempo per rinunciare allo spazio comune, per accorgersi che il traffico è letale tanto per gli affari quanto per il pettegolezzo davanti alla porta di casa. La distinzione fra spazio privato e pubblico per il moderno consumatore di alloggi non si limita a modificare, bensì distrugge la distinzione tradizionale, articolata dalla soglia, fra la casa e lo spazio comune. Tuttavia i nostri ecologi non hanno ancora riconosciuto l'impatto ambientale della trasformazione dell'abitazione in merce. L'ecologia si comporta ancora come ancella o come gemella dell'economia. L'ecologia politica diverrà radicale ed efficace solo quando riconoscerà che la distruzione dei "commons" mediante la loro trasformazione in risorsa economica è il fattore ambientale che paralizza l'arte di abitare. Una chiara dimostrazione della distruzione dei "commons" è la misura in cui il nostro mondo è divenuto inabitabile. Paradossalmente, mentre il numero delle persone cresce, rendiamo l'ambiente sempre più inabitabile. Mentre sempre più persone hanno bisogno di abitare, la guerra contro l'abitazione vernacolare è entrata nella sua fase finale e la gente è costretta a competere per alloggi divenuti scarsi. Una generazione fa, Jane Jacobs ha mostrato in maniera convincente che nelle città tradizionali l'arte di abitare e la vitalità degli spazi comuni si sviluppano sia con l'espandersi della città sia con il crescere della densità abitativa. E tuttavia negli ultimi trent'anni quasi dovunque nel mondo sono stati messi in atto mezzi potenti per stuprare l'arte di abitare delle comunità locali, creando un senso sempre più acuto di scarsità dello spazio abitativo. Questo stupro edilizio degli spazi comuni non è meno brutale dell'avvelenamento dell'acqua. L'invasione degli ultimi angoli di spazio abitativo da parte dei programmi edilizi non è meno nociva della creazione di smog. Il pregiudizio giuridico ricorrente a favore del diritto all'alloggio, dovunque esso è in conflitto con la libertà di esplorare nuovi modi di abitare, non è meno repressivo delle leggi che impongono lo stile di vita della coppia di 'umani produttivi'. Ma tutto ciò dev'essere proclamato. L'aria, l'acqua e i modi di convivenza alternativi hanno trovato i loro protettori. Le università offrono loro formazione professionale e le burocrazie offrono loro posti di lavoro. La libertà di abitare e la protezione di un ambiente abitabile, invece, per ora restano obiettivi di movimenti di base minoritari; e troppo spesso anche questi movimenti vengono corrotti da architetti che ne fraintendono gli scopi. L'autocostruzione viene concepita come un semplice hobby o come un espediente per baraccati. Il ritorno alla campagna viene definito romanticismo. I vivai di pesci e i pollai negli spazi urbani sono considerati semplici giochi. I quartieri che 'funzionano' vengono invasi da stuoli di sociologi ben pagati, finché non finiscono per fallire. L'occupazione delle case viene considerata disobbedienza civile; e l'occupazione con ristrutturazione è interpretata come richiesta di alloggi migliori e più abbondanti. Tutto questo può essere in parte vero. I 'disinseriti' nel campo dell'abitare, come quelli nei campi della medicina, dell'educazione, dei trasporti o delle esequie funebri, non sono dei puristi: conosco una famiglia che tiene un piccolo gregge di capre sui monti Appalachi e la sera gioca con un computer a batterie; e conosco un occupante illegale che si è installato in un casamento murato di Harlem e che manda le figlie a una scuola privata. Ma n‚ il ridicolo n‚ le diagnosi psichiatriche riusciranno a eliminare questi 'disinseriti', che hanno perso il moralismo degli hippies calvinisti e coltivano una loro forma di sarcasmo e di abilità politica. Sanno per esperienza che l'arte di vivere che hanno ritrovato nell'abitare è più soddisfacente dei comfort che hanno lasciato. E man mano diventano sempre più capaci di esprimere con gesti essenziali il loro rifiuto degli assiomi relativi all'"Homo castrensis", su cui la società industriale in parte si basa. Ma ci sono anche altre considerazioni, oggi, che mettono in evidenza la ragionevolezza del recupero di spazi abitativi. I metodi, le macchine e i materiali moderni rendono il costruire da sé molto più semplice e meno faticoso di quanto fosse in passato. La disoccupazione crescente toglie lo stigma dell'asocialità a coloro che scavalcano i sindacati edilizi. Lavoratori edili qualificati si trovano sempre più spesso a dover reimparare completamente il mestiere per applicarlo in una forma di disoccupazione utile sia a loro sia alla loro comunità. La palese inefficienza degli edifici costruiti negli anni Settanta rende meno sgradevoli, e perfino ragionevoli, agli occhi di quei vicini che qualche anno fa avrebbero protestato, certe trasformazioni in passato impensabili. L'esperienza del Terzo Mondo converge con quella del South Bronx. Il presidente della repubblica messicana, nella campagna elettorale per la sua rielezione, ha dichiarato senza mezzi termini che l'economia messicana non può n‚ potrà in futuro fornire unità abitative alla maggior parte dei suoi cittadini. Il solo modo in cui tutti i messicani potranno disporre di un alloggio soddisfacente sarà tramite provvedimenti legislativi e forniture di materiali che consentano a ciascuna comunità di migliorare da sé le proprie strutture abitative. Questa proposta è di portata immensa: la secessione di un'intera nazione dal mercato mondiale degli alloggi. Non credo che un paese del Terzo Mondo sia in grado di realizzare una cosa del genere. Finché un paese si considera sottosviluppato, assume come modelli i paesi del Nord, siano essi quelli del versante capitalista o quelli del versante socialista. Non riesco a credere che un paese cosiffatto possa assumere una posizione alternativa in materia di abitazione. L'ideologia dell'uomo per natura acquartierato fornisce troppo potere ai governi. L'utopia della costruzione di una nazione e quella della costruzione di alloggi sono strettamente legate nel pensiero di tutte le élite che conosco, specialmente nel Terzo Mondo. Io credo che il riconoscimento della libertà di abitare e la fornitura degli strumenti, legali e materiali, per renderla effettiva dovranno avvenire prima nei paesi 'sviluppati'. In essi i 'disinseriti' possono sostenere con molta più convinzione e precisione la loro scelta di questa libertà al di sopra del diritto a un garage. Poi potranno rivolgere lo sguardo al Messico per imparare le possibilità creative dell'"adobe". Gli argomenti a favore del recupero del potere di un abitare vernacolare come obiettivo prioritario rispetto all'impotente richiesta di depositi per umani, vanno facendosi sempre più numerosi. Come abbiamo visto, essi sono coerenti con la direzione che il movimento ecologista assume quando si emancipa dall'economia, la scienza dei valori scarsi. Sono coerenti con una nuova analisi radicale della tecnologia che si oppone all'assorbimento delle persone come volontari nell'industria edilizia e con l'uso di strumenti moderni per ovviare ai limiti delle capacità costruttive della gente. Ma più importante di tutti questi motivi è un argomento che non è stato ancora correttamente formulato, ma è implicito in molte delle iniziative concrete che ho osservato. Uno spazio adatto a portare i segni della vita umana è altrettanto fondamentale per la sopravvivenza quanto l'acqua pulita e l'aria non inquinata. I garage, per quanto splendidamente dotati di docce e di dispositivi per il risparmio energetico, non sono adatti all'abitazione umana. Le case e i garage semplicemente non sono lo stesso tipo di spazi. Le case non sono n‚ i nidi per umani a cui le riducono i sociobiologi, n‚ scaffali di un magazzino, sui quali, per quanto bene imbottiti, gli esseri umani non possono vivere. I garage sono depositi per oggetti che circolano nello spazio omogeneo delle merci; i nidi sono creati e occupati da animali il cui istinto li lega al loro territorio. Gli umani abitano. Hanno abitato la terra in mille modi diversi e hanno copiato le forme delle rispettive abitazioni gli uni dagli altri. I fattori che per millenni hanno determinato il carattere mutevole degli spazi abitativi non sono l'istinto o il patrimonio genetico, ma la cultura, l'esperienza e la riflessione. Sia il territorio, sia lo spazio abitativo sono tridimensionali; ma sotto il profilo del loro significato non sono spazi dello stesso genere, non più di quanto lo siano lo spazio abitativo e il garage. Nessuna delle scienze di cui disponiamo attualmente è in grado di comprendere correttamente questa differenza di topologie: la sociologia, l'antropologia e la storia, così come esse sono oggi praticate, restano legate a quella prospettiva centrale che nasconde le differenze che contano. Io credo che la sistematica contrapposizione fra esperienza umana nell'ambito dei valori vernacolari ed esperienza umana nell'ambito del regime di scarsità sia un primo passo per mettere in luce questa differenza che conta. E senza il recupero di un linguaggio capace di esprimere questa differenza, il rifiuto di identificarsi con il modello dell'uomo acquartierato e la ricerca di un nuovo spazio abitativo vernacolare non possono avere efficacia politica. Perciò, quando l'abitare diverrà un tema politico, le vie inevitabilmente si separeranno. Da un lato ci sarà l'obiettivo del 'pacchetto alloggio': come assicurare a ciascuno la sua parte di cubatura costruita, ben situata e ben attrezzata. Da questo lato, l'impacchettamento dei poveri con le relative unità alloggio continuerà a rappresentare un settore in espansione per gli assistenti sociali quando non ci saranno più soldi per gli architetti. Dall'altro lato ci sarà l'obiettivo di assicurare a ogni comunità il diritto di creare le proprie dimore e di abitarle secondo la propria capacità e la propria arte. Nel perseguire questo obiettivo, a molti sembrerà che nel Nord la frammentazione dell'habitat e la perdita delle tradizioni abbiano reso impossibile soddisfare il diritto a uno spazio abitabile. I giovani che insisteranno nel volersi costruire le proprie abitazioni guarderanno con invidia al Sud, dove spazio e tradizione sono ancora vivi. Questa invidia emergente nei confronti dei sottosviluppati va curata con coraggio e riflessione. Ma nel Terzo Mondo la sopravvivenza stessa dipende dal giusto equilibrio fra diritto a costruire da sé e diritto a possedere un pezzo di terra e le travi del proprio tetto.

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