Il
sospetto è che la sempre più massiccia diffusione dei mezzi di comunicazione
abolisca progressivamente il bisogno di comunicare, perché nonostante l’enorme
quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, la nostra
società parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi
parla e di chi ascolta non c’è, come un tempo, una diversa esperienza del
mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così
come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo.
Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce
con l’ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente
dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque.
In
questo senso dicevamo che la diffusione dei mezzi di comunicazione che la
tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità della comunicazione.
Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci che riempiono l’etere eliminano
progressivamente le differenze che ancora sussistono fra gli uomini, e,
perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile,
parlare in prima persona. Qui non si tratta di enfatizzare o demonizzare le
enormi potenzialità presenti e future dei mezzi di comunicazione, ma di capire
come l’uomo profondamente si trasforma per effetto di questo potenziamento.
Allo scopo è necessario far piazza pulita di tutti quei luoghi comuni, per non
dire idee arretrate, che fanno da tacita guida a quasi tutte le riflessioni sui
media, e in particolare a quella persuasione secondo la quale l’uomo può usare
le tecniche comunicative come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura,
senza neppure il sospetto che la natura umana possa modificarsi proprio in base
alle modalità con cui si declina tecnicamente nella comunicazione. Infatti
il telefonino, la radio, la televisione, il computer ci plasmano qualunque sia
lo scopo per cui li impieghiamo, perché una trasmissione televisiva edificante
e una degradante, per diversi che siano gli scopi a cui tendono, hanno in
comune il fatto che noi non vi prendiamo parte, ma ne consumiamo soltanto le
immagini.
Il
“mezzo”, indipendentemente dallo scopo, ci istituisce come spettatori e non
come partecipi di un’esperienza o attori di un evento. Questa condizione, che vale per la
televisione, vale in maniera esponenziale per Internet dove il «consumo in
comune» del mezzo non equivale ad una “reale esperienza comune”. Ciò che in
Internet si scambia, quando non è una somma spropositata di informazioni, è pur
sempre una realtà “personale” che non diventa mai una realtà “condivisa”. Lo
scambio ha un andamento solipsistico dove un numero infinito di eremiti di
massa comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro eremo, separati
l’uno dall’altro, chiusi nel loro guscio come i monaci di un tempo, sui picchi
delle alture, non per rinunciare al mondo, ma per non perdere neppure un
frammento del mondo in immagine. E così, sotto la falsa rappresentazione di un
computer personale (personal computer), ciò che si produce è sempre di più
l’uomo di massa, per generare il quale non occorrono maree oceaniche, ma
oceaniche solitudini che, sotto l’apparente difesa del diritto
all’individualità, producono come lavoratori a domicilio beni di massa e
consumano come fruitori a domicilio gli stessi beni di massa che altre
solitudini hanno prodotto. A questo punto le considerazioni di Gustave Le Bon
sulle situazioni di massa che alterano l’individuo sono ampiamente superate
perché, grazie al personal computer, oggi si procede a domicilio a questa
degradazione dell’individualità e al livellamento della razionalità.
Ciò
comporta un capovolgimento tra interiorità ed esteriorità, e più in generale
tra interno ed esterno. Se un tempo la famiglia era l’“interno” in cui si
scambiavano quei tratti affettivi d’ira e d’amore e più in generale quella
libertà espressiva che occorreva contenere fuori all’“esterno”, oggi, grazie
alla diffusione della tv sempre accesa, la famiglia è il luogo in cui è di casa
il mondo esterno, reale o fittizio che sia. La casa reale, con le sue quattro
mura e i suoi quattro mobili, è ridotta a un container per la recezione del
mondo esterno via cavo, via telefono, via etere, e quanto più il lontano si
avvicina, tanto più il vicino, la realtà di casa, quella familiare, si
allontana e impallidisce. Tutto ciò non dipende dall’uso che facciamo dei
mezzi, ma dal fatto che ne facciamo semplicemente uso, per cui non gli scopi a
cui sono preposti i mezzi, ma i mezzi come tali trasformano l’immagine in
realtà e la realtà in fantasma. Come il gas, l’acqua, la luce, così i mezzi
di comunicazione digitali, indipendentemente dall’uso che ne facciamo, ci
portano gli avvenimenti in casa dispensandoci dall’andare verso di loro. Ciò
trasforma il nostro modo di fare esperienza, se non altro perché chi vuol
sapere cosa avviene fuori casa deve andare a casa, e solo allora, quando
ciascuno di noi è ridotto a una monade leibniziana senza porta e senza finestre
che si aprono sul pianerottolo del vicino o sulla strada sotto casa, solo
allora l’universo si riflette per noi e si offre a portata di mano. Non più il
viandante che esplora il mondo ma il mondo che si offre al sedentario che è al
mondo proprio perché non lo percorre, e al limite neppure lo abita.
La
rivoluzione ha del copernicano, perché il mondo non è più ciò che sta, ma a
stare (seduto) è l’uomo, e il mondo gli gira attorno capovolgendo i termini con
cui, dal giorno in cui è comparso sulla terra, l’uomo ha fatto esperienza. Le
conseguenze non sono da poco. Se il mondo viene a noi, noi non
“siamo-nel-mondo” come vuole la famosa espressione di Heidegger, ma semplici
consumatori del mondo. Se poi viene a noi solo in forma di immagine, ciò
che consumiamo è solo il fantasma. Se questo fantasma lo possiamo evocare in
qualsiasi momento, siamo onnipotenti come Dio. Ma poi questa onnipotenza si
riduce, perché, se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei
voyeurs condannati all’afasia. Tutto questo dal nostro punto di vista. Se poi
ci mettiamo dal punto di vista del mondo, allora assistiamo a un’altra serie di
strane trasformazioni. Se un fatto che accade in luogo determinato può essere
trasmesso in qualsiasi luogo della terra, quel fatto perde la sua
“individuazione” che è sempre stato il tratto caratteristico dei fatti. Se per
vederlo bisogna pagarlo, allora quel fatto, insieme a tutta la serie dei fatti,
cioè il mondo, diventa merce. Se la sua importanza dipende dalla sua diffusione
attraverso i media, allora l’essere dovrà misurarsi sull’apparire. Inutile dire
che in questa condizione, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, si
riduce, fino ad annullarsi, lo spazio della libertà e il bisogno di
interpretazione. Ma questa riduzione non può essere avvertita perché, per
esserlo, occorrerebbe disporre di un altro mondo rispetto al mondo
rappresentato, che invece è l’unico che il monologo collettivo dei mezzi di
comunicazione ci concede di abitare.
Ci
veniamo così a trovare in una condizione analoga a quella descritta da Gunther
Anders in quel “racconto per bambini” dove si narra questa storia: “Il re non
vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si
aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio sul mondo; perciò gli regalò
carrozza e cavalli: ‘Ora non hai più bisogno di andare a piedi’ furono le sue
parole. ‘Ora non ti è più consentito di farlo’ era il loro significato. ‘Ora
non puoi più farlo’ fu il loro effetto”. Che c’entra questa storia?
C’entra. Perché i mezzi di comunicazione, se ci mettono in contatto non con il
mondo, ma con la sua rappresentazione, se ci consegnano una presenza senza
respiro spazio-temporale perché rattrappita nella simultaneità e nella puntualità
dell’istante, se modificano il nostro modo di fare esperienza, avvicinandoci il
lontano e allontanandoci il vicino, se ci familiarizzano l’estraneo e ci
forniscono i codici virtuali per l’interpretazione del mondo reale, i mezzi
di comunicazione ci codificano e producono delle modificazioni nell’uomo
indipendentemente dall’uso che ne facciamo. Per questo neghiamo che i mezzi
di comunicazione siano soltanto dei “mezzi”. Se telefonino, radio, televisione,
computer determinano un nuovo rapporto tra noi e i nostri simili, tra noi e le
cose, tra le cose e noi, allora i mezzi di comunicazione ci plasmano qualsiasi
sia lo scopo per cui li impieghiamo, e ancora prima che assegniamo ad essi uno
scopo.
Come
si vede, essere esposti non al mondo, ma alla visione del mondo, o se si
preferisce «essere digitali» comporta qualche problema filosofico e soprattutto
incide sul nostro modo di fare esperienza che non è un fatto del tutto
trascurabile. Già 50 anni fa Gunther Anders ne L’uomo è antiquato,
sospettava che il mondo può diventare illeggibile per overdose di informazioni
e l’uomo può perdere il bene più prezioso che è la capacità di far esperienza.
Non siamo infatti onnipotenti come i mezzi di cui disponiamo, e non saranno
certi mezzi onnipotenti capaci di mettere in comunicazione milioni di
solitudini e fare di tutti i solitari, privati proprio dai mezzi di
comunicazione della possibilità di fare un’esperienza condivisa, gli abitanti
di un mondo comune.
Tratto
da “la Repubblica”, 18 agosto 2005

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