Egoismo, viltà, odio, disprezzo
Non eran più sopra le fronti incisi.
Non torvi sguardi, non tremor; nessuno
Con paura sollecita il comando
Spiava nell'altrui fredda pupilla;
Nessun di schiavo altrui, mutando in peggio,
Schiavo faceasi al suo voler, che quale
Sgroppata rozza lo spronava a morte,
Non più le labbra ordivano parole
Ch'erano reti al ver; non più sorrisi
Che servisser di velo alla menzogna,
Che pronunziare non ardì lingua;
Non uom vivea, che con ghigno impudente
Calpestasse in cor suo della speranza
E dell'amor le faville a segno,
Che solo amara cenere restasse
D'un anima che tutta arse se stessa:
Tal che, larva d'un uomo, anzi vampiro,
Ei miseramente in tra le umane
Genti strisciasse, e alla sua tristezza
Tutto ammorbasse in guisa orrida il mondo.
. . . . . .
Caduta dall'uman volto la sozza
Larva, l'uom vero finalmente io vidi.
Non servo, non signor, ma onninamente
Libero, incircoscritto ed a sé pari;
Non più caste, tribù, genti, linguaggi,
Ma un'immensa famiglia, un popol solo
Disdegnoso di pompe e di terrori,
Giusto, savio, gentile, re di se stesso:
Non già di passion vedovo il petto,
Ma scevro al fin di colpe e di dolori;
Alla fortuna ed al morir soggetto,
Ma tal ch'à casi ed alla morte imperi,
E che, libero d'essi, oltre alla stella
Più sublime del cielo, al trono eccelso
Dell'alta immensità sorger potrebbe».
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